Padre Mario Rusconi

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LA PACE DELL’ANIMA     -    Padre Jean Nicolas Grou, s.j.

 

© 2000 edizioni Kolbe 24068 Seriate (Bergamo) Corso Roma, 142 - Tel. 035/29.50.29
 
Prefazione

Gesù ci dice: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. "

(Gv 14, 27)

La pace dell'anima è un tesoro inestimabile sempre più raro fra gli uomini del nostro tempo.

Il mondo nel quale si vive oggi è artefatto, disarmonico, superficiale, materialista, consumista. È il mondo dell'apparire e non dell'essere, della fretta e non dell'attesa tenace e paziente, del successo immediato e otte­nuto il più delle volte sacrificando la correttezza e l'onestà.

Quale è la causa di tale abbruttimento, della perdita dei valori esisten­ziali che orientano e determinano la vita dell'uomo? È l'assenza di Dio nella vita individuale e sociale. Il mondo di oggi è come un enorme tran­satlantico che naviga nell'oceano senza meta, ha perso l'orientamento, va alla deriva, non ha con sé la bussola. La bussola del mondo e dell'uomo è Dio; il grande smarrito. Senza Dio che senso ha la mia vita e quanto mi circonda? Non ha senso.

Mi aggrappo con ansia a quanto l'esistenza breve e precaria mi offre, la bevo e la gusto fino alla feccia, ma non mi completa, non mi soddisfa, non mi rende felice, mi illude e poi mi delude amaramente. Percepisco sempre più intensamente il vuoto, il non senso, l'assurdità di tutto. Per­ché esisto? Non lo sò. Perché continuo questa vita senza senso? La faccio finita una volta per tutte! Questo è il ragionamento e la conclusione di molte esistenze odierne! Oppure si continua a "vivere" tenendoci sulla groppa frustrazioni, angoscie, ansie, nevrosi, esaurimenti sempre in aumento! La soluzione qual'è? Tornare a Dio, tornare a Cristo fonte della pace dell'anima.

La pace dell'anima è un'arte spirituale da conoscere e da apprendere. Ho trovato alcuni anni fa fra i tesori dell'ascetica cristiana un aureo opuscolo che chiamo "vademecum" cioè un buon amico che ci suggerisce questa arte essenziale per la nostra esistenza finalizzata ed equilibrata. Sono sicuro della sua attualità e del beneficio che ne possono ricavare molte anime oggi. È piccolo di mole ma ricchissimo di contenuto. Come va letto? Adagio, facendo penetrare il contenuto dei brevi capitoli nel profondo di noi stessi e chiedendo a Dio e alla Tutta Santa un particolare aiuto per attuarlo nella nostra vita e così guarire, con la fede vissuta, dal­l'epidemia odierna del non senso e dell'assurdo di noi stessi e di quanto ci circonda. Lo offro alla vostra attenzione e alla vostra lettura. Portatelo con voi e rileggetelo spesso. Vi insegna a vivere nella pace di Cristo, a sceglierlo come modello e meta da perseguire, ad averlo e sentirlo vicino come l'amico leale e fedele. "Guai al solo" ci ammonisce la Bibbia. Con Cristo al fianco, percorriamo più sicuri il breve percorso della nostra esi­stenza per essere poi accolti fra le su braccia per tutta l'eternità. Buona lettura.

fra Mario Rusconi eremita
 
 

 

Natura del cuore umano e mezzi per governarlo
 
Dio fece il cuor dell'uomo per amarlo e per essere riamato: dunque, per l'eccellenza del fine, per il quale fu creato, il cuore umano può dirsi la più nobile e la più grande opera di Dio. Nel governo di questo cuore sta la vita e la morte spirituale. Esso, che è per natura inclinato a fare tutto per amore e nulla per forza, presenta facili mezzi per essere guidato. Vigiliamo sulle cause motrici delle nostre azioni: non occorre fare violenza. Consideriamo donde nascono e dove tendono. Scrutiamo se queste cause motrici partano dal cuore sorgente dell'Amor Divino, o dallo spirito sorgente di umana vanità. E quando nulla ci sembrerà tutto ciò che facciamo per Iddio, ed arrossiremo di fare così poco, benché si faccia il possibile, allora conosceremo che è il cuore quello che ci spinge alle buone opere per impulso di amore. Invece confesseremo di essere guidati da spirito muto e mossi solo da umani interessi, quando le buone opere, al posto di ispirarci umiltà e sottomissione, nient'altro in noi lasciano che illusione, fumo di vanagloria, e ci fanno credere di aver fatto molto, mentre nulla di buono in realtà abbiamo realizzato.

In queste osservazioni, che incessantemente dobbiamo fare su noi stessi, sta l'umano conflitto, di cui parla Giobbe.

Esse però non devono essere piene di agitazione, perché il loro scopo principale, è quello di dare la pace all'anima, calmandone e acquietandone le ansie quando è turbata nell'agire e nel pregare. È neces­sario infatti persuaderci che non pregheremo mai bene se l'anima non si trova nel suo stato normale. Per conseguire questo, sappiamo bene che nulla giova più delle attrattive dell'amore, uniche sole capaci a richiamare l'anima dal suo smarrimento col restituirle la tranquillità primitiva.

 

L’anima deve essere sollecita a conseguire una perfetta tranquillità
 
Tale ispezione, soave, pacata e, soprattutto, perseverante sul nostro cuore, ci condurrà facilmente a grandi cose. Ci farà non solo pregare ed agire con calma e facilità, ma anche soffrire senza quella inquietudine che trascina tutti al disprezzo e all'ingiustizia. Non illudiamoci però che si possa conseguire quell'intima pace senza grandi fatiche, e che ci sia dato di evitare le battaglie che a noi inesperti muoveranno i nostri formidabili nemici. Tuttavia non dubitiamo che nel conflitto, purché vogliamo com­battere, ci vengano meno gli aiuti e le consolazioni. Stiamo certi che le forze degli avversari si indeboliranno e si dissiperanno, e che noi potremo dominare i nostri impulsi e rendere finalmente all'anima quella preziosa quiete da cui deve emergere la sua felicità in questa vita.

Se dovesse avvenire che lo stimolo fosse difficile da superare, per­ché troppo forte è il peso delle afflizioni e troppo grave per essere da noi sopportato, ricorriamo all'orazione. Preghiamo e perseveriamo nella pre­ghiera, imitando Gesù che per ben tre volte pregò nell'orto degli ulivi, per insegnarci che ogni spirito contristato deve cercare nella preghiera conforto e consolazione.

Preghiamo dunque incessantemente finché non sentiamo il nostro interno ridotto e sottomesso a Dio, la nostra volontà uniformata a quella di Dio e l'anima nostra restituita alla primitiva calma. Non procuriamoci turbamento col precipitare le azioni esteriori, e se stiamo facendo qual­che lavoro o manuale o intellettuale, occupiamocene pure, ma con tran­quillità e posatezza, senza prescriverci il tempo per ultimarlo e senza affrettarci per vederne la fine.

Unica e principale nostra intenzione sia di aver sempre presente Dio con umiltà e pacatezza senza curarci d'altro che di piacergli. Se vi vorremo aggiungere altro, l'anima nostra si riempirà di turbamento e di inquietudine. Il più delle volte soccomberemo. Le angustie, che ci toc­cherà di sopportate per riaverci dalle cadute ci insegneranno che, il voler fare tutto secondo il nostro capriccio e la nostra volontà, è la causa di ogni nostro male. Se ciò talvolta vale a renderci paghi di vane compia­cenze dopo aver conseguito l'intento, nel caso opposto ci ricolma invece di dispiacere, di inquietudine, di disgusto.

 

La pace si edifica lentamente
 
Cacciamo dunque dal nostro spirito tutto ciò che può innalzarlo o deprimerlo, rallegrarlo o perturbarlo. Operiamo con calma per acquistar­gli o conservargli la sua tranquillità, poiché Gesù Cristo ha detto: Beati i pacifici; imparate da me che sono mite e umile di cuore. Non dubitiamo che il Signore non sia per coronare questa fatica, formando nella nostra anima una casa di delizie. Egli però esige che, ogni qualvolta saremo agi­tati dagli stimoli dei sensi e delle passioni, noi ci preoccupiamo di repri­mere questi eccitamenti, di calmare e sedare queste turbolenze, resti­tuendo la calma alle nostre azioni.

Ora, come non si può edificare una casa in un sol giorno, così noi non potremmo giungere in breve tempo ad acquistare questo intimo te­soro. Due cose sono indispensabili per coronare tale opera: che Dio stesso si edifichi dentro di noi questa dimora, e che questo edificio si basi sull'umiltà.

 

Per conseguire la pace dell anima ci si deve proporre la privazione di ogni consolazione
 
Quasi ignota al mondo è la via che conduce a questa imperturba­bile pace. In questa via si accolgono le avversità nello stesso modo che dai mondani i piaceri. In questa via si anelano i disprezzi e gli obbrobri con la stessa avidità che dai mondani si desiderano la gloria e gli onori. In questa via si pone la stessa cura a sfuggire e ad essere sfuggiti ed abbandonati dagli uomini, che dai mondani ad essere cercati, accarezzati e stimati dai grandi.

Vi si professa però con tutta umiltà la santa ambizione di essere noti a Dio solo, e da lui solo osservati, consolati e favoriti. L'anima cri­stiana vi impara a stare sola con Dio e a sentirsi penetrata in modo tale della divina sua presenza, che non vi è pene né tormento che non desi­deri soffrire per la gloria e l'onore divino. Vi impara che la pazienza can­cella il peccato, che una sventura tollerata vale un tesoro per l'eternità, e che chi vuol la gloria di conformarsi a Gesù Cristo deve necessariamente ambire di patire per Lui. Vi impara che il fomentare l'amor proprio, il fare la propria volontà, il seguire l'impulso dei propri sensi, l'appagare i propri appetiti, equivale a perdersi. Vi impara che non si deve fare il bene secondo la propria volontà, ma che questa deve essere subordinata a quella di Dio con semplicità e umiltà di cuore, per eseguire poi, senza curarsi di sé stessa, ciò che piacerà alla Divina Maestà di comandarle.

Se talvolta ci sentiamo spinti a qualche buona azione da luce ingannevole o da zelo indiscreto, e troviamo in noi dei falsi profeti, che sotto l'aspetto di agnelli nascondono lupi rapaci, l'anima li riconoscerà dai frutti: ossia, se si sentisse turbata e irrequieta, o se lo spirito di umiltà si fosse cambiato in alterigia, oppure non avesse più pace e tranquillità, e vedesse in un istante perduto quanto aveva guadagnato con tanto tempo e fatica.

Se talvolta da noi si smarrisse questa via, umiliamoci per i nostri errori, perché l'umiltà rialza e fa risolvere di vegliare per l'avvenire con maggior cura sopra sé stessi. Se Dio permette talvolta che cadiamo, è forse per umiliare un certo orgoglio che il nostro amor proprio tien celato. Se l'anima si trova esposta agli assalti delle tentazioni, non se ne deve turbare ma cercare di uscire con calma e senza lotta, e ristabilirsi in calma senza eccedere, né in gioia né in mestizia.

Dobbiamo insomma avere di mira una sola cosa: conservare tran­quilla, incontaminata e pura l'anima nostra in faccia a Dio, perché allora lo troveremo sempre dentro di noi. L'esperienza ci farà conoscere che la sua divina volontà non ha altro scopo se non il bene e l'utile della sua creatura.

 

Perché Dio vi compia il suo volere, 1’anima deve essere sola e distaccata dalla terra
 
Se dunque siamo persuasi che dobbiamo fare dell'anima nostra quel conto che si conviene di un tempio destinato a dimora di Dio, per­ché non ci preoccuperemo affinché nulla di mondano vi si intrometta? perché non speriamo nel Signore e non staremo fiduciosi aspettando che Egli vi venga? Dubiteremo che Egli non vi entri, qualora la trovi sola e distaccata, sola senza altro pensiero che quello di ricevere Lui; sola senz'altro pensiero che quello di trovarsi alla sua presenza, sola senza altro amore fuor che il suo, senz'altra volontà, fuor che la sua?

Nulla però dobbiamo fare di straordinario per meritare di allog­giare Colui che le creature tutte non saprebbero contenere. Seguiamo solamente passo passo la nostra guida, e senza il nostro direttore non intraprendiamo di nostro arbitrio, né fatiche, né penitenze, per offrirle a Dio. Faremo abbastanza se terremo il nostro interno sempre disposto a patire quanto e come a Lui piacerà.

Anziché secondare i nostri desideri, per il nostro meglio teniamoci in riposo e lasciamo operare in noi la Divina Maestà. La volontà sia sem­pre lungi dal contrarre impegni e sempre del tutto libera da ogni attacca­mento alla terra. Poiché non si deve fare quanto si desidera, persuadia­moci che nulla bisogna desiderare; oppure se qualche cosa si desidera, bisogna farlo in modo che anche se l'esito fu contrario, il nostro spirito rimanga calmo, come se nulla avessimo desiderato. I desideri sono infatti delle catene; il nutrirne è rimanere in schiavitù e il non conoscerne è godere libertà. Se Dio vuole l'anima nostra così sola e libera, credete forse che non opererà cose meravigliose e non la glorificherà, per così dire, in questa vita?

Oh santa solitudine! Oh beato deserto! Oh glorioso eremo, ove l'anima può tanto facilmente godere il suo Dio! Non solamente corria­mone in cerca, ma chiediamo ali di colomba per volarvi e prendervi un santo riposo. Non ci arrestiamo sulla via, né vogliamo prendere il conforto di salutare qualcuno! Lasciamo che i morti seppelliscano i morti! andiamo nelle terre dei vivi, noi che non siamo più proprietà della morte.

 

Circospezioni da osservarsi nell amore del prossimo, per non turbare la pace dell’anima
 
Dio non pone la sua dimora in un'anima che non arda di amore per Lui e di carità per il prossimo. Non disse Gesù Cristo di essere venuto a portare il fuoco sulla terra? Quanto però l'amor di Dio non deve avere limiti, altrettanto la carità verso il prossimo deve avere regola e misura, perché mentre non si può mai amare troppo Dio, si può invece amare troppo il prossimo. E se questo amore non è regolato, o conduce soltanto a perdizione, esponendoci a distruggere noi stessi, mentre pen­siamo di edificare gli altri.

Amiamo dunque il prossimo in modo che all'anima nostra non ne venga danno. Può essere miglior cosa talvolta il non agire con il solo scopo di dar buon esempio agli altri e servire loro di modello, che non pensare di portare gli altri a salvezza con pericolo per noi di dannazione. Operiamo semplicemente e santamente senza altra intenzione che quella di piacere a Dio.

Quando sapremo umiliarci, conosceremo che cosa siano le nostre buone opere! Non ne faremo certamente tanto caso da credere che ciò che a noi reca così scarso profitto, possa recarne molto agli altri; e non ci faremo tanto zelatori delle anime da perdere la nostra! Avremo l'ardente brama di illuminare gli altri, ma soltanto se a Dio piacerà di eccitarla in noi, e quando l'avrà destata in noi l'opera divina.

In realtà, non possiamo acquistarcela da noi con la sollecitudine e lo zelo indiscreto. L'anima nostra rimanga perciò nella pace e nel riposo di una santa solitudine. Così vuole Dio per attrarla e unirla a sé. Stiamo­cene aspettando che il padrone della vigna venga a cercare l'opera nostra. Quando ci troverà nudi e spogli di ogni sollecitudine e desiderio terreno, Dio ci rivestirà di sé stesso. Si ricorderà di noi, quando vedrà che noi pure ci siamo dimenticati di noi stessi.

Allora regnerà in noi la pace; allora il suo amore divino ci farà operare senza turbamento, e ispirerà la moderazione e la temperanza in tutti i nostri desideri. Noi tutti faremo nel santo riposo di questa pace: pace figlia di amore, per la quale tacere è parlare, e far tutto, consiste nel far niente altro che essere libero e docile ai divini voleri. Infatti, soltanto la bontà di Dio deve fare tutto in noi e con noi; ed Egli non ci richiede altro che di essere umili al suo cospetto. Offriamogli dunque un'anima infiammata dal solo desiderio di compiere nel modo più perfetto il suo volere!

 

L’anima deve spogliarsi completamente della propria volontà per mettersi alla presenza di Dio
 
Venite a Me, voi tutti che faticate e siete stanchi, se desiderate sollievo; a Me voi tutti che avete sete, se desiderate dissetarvi. Così ci esorta Gesù Cri­sto in due luoghi dei libri Santi. Seguiamo anche noi questa divina chia­mata, ma senza sforzo né precipitazione, nella pace e nella calma, affi­dandoci con rispetto e fiducia all'amorosa onnipotenza che ci chiama. Aspettiamo tranquilli la venuta dello Spirito apportatore di pace. Pen­siamo solo a quelle cose per le quali egli deve essere desiderato, amato e glorificato. Rassegniamoci con vera sottomissione a quanto vorrà fare di noi.

Non facciamo mai violenza al nostro cuore, per timore che si ina­sprisca e così si renda meno adatto alla santa calma che ci vien coman­dato di procurarci. Abituiamolo dolcemente a non fermarsi che sulla bontà, l'amore e benefici elargiti da Dio alle sue creature, e a nutrirsi di quella deliziosa manna, che l'assiduità di tale meditazione profonderà con inconcepibili dolcezze nell'anima nostra. Non sforziamoci minima­mente per sparger lacrime, né per eccitare in noi sentimenti di devozione che non abbiamo. Lasciamo invece che il cuore nostro riposi interior­mente in Dio come suo centro, e non cessiamo di sperare che in noi si adempia il divino volere.

A tempo debito Egli ci elargirà le lacrime, ma lacrime di amore e di tranquillità. Riconoscendone da questi segni l'origine, con profonda umiltà, riverenza e gratitudine le riceveremo come celeste rugiada.

Non dobbiamo avere l'ambizione di sapere, di possedere e di potere cosa alcuna perché il principio e la fine, il segreto e la chiave del­l'edificio spirituale, consiste appunto nel non fare affidamento su noi stessi né su ciò che sappiamo, ma nello starsene ai piedi di nostro Signor Gesù Cristo con perfezione abnegazione come la Maddalena, senza angustiarsi come Marta.

Che se talvolta cerchiamo Dio come luce dell'intelligenza per riposare in Lui, facciamolo senza confronti, restrizioni o limiti, perché Egli è fuori di ogni confronto, perché è presente dovunque senza divi­sione di parti, perché tutto si trova in Lui. Immaginiamo un'immensità illimitata, un tutto incomprensibile, una potenza che fece il creato, che regge e governa tutto, e diciamo alla nostra anima: questi è Dio.

Contempliamolo e ammiriamolo incessantemente. Egli è dapper­tutto, è, dunque, anche nella nostra anima. Anzi, secondo quanto disse egli stesso, vuol trovare in essa le sue delizie, e quantunque non abbia bisogno di lei, vuol renderla degna di sé. Facciamo in modo però che, nel ricercare queste divine verità, la volontà sia attratta ad effetti dolci e tran­quilli.

Non trascuriamo le nostre pratiche devote. Non ci imponiamo nemmeno come per obbligo un determinato numero di orazioni da reci­tare, di massime da meditare, di capitoli da leggere.

Facciamo invece in modo che il nostro cuore sia sempre libero e pronto a fermarsi ove troverà riposo, e a godere di Dio, quando a Dio piacerà di comunicarglisi. Non angustiamoci di non aver fatto o detto quanto ci eravamo proposti di dire o fare. Lasciamo senza scrupolo d a parte ciò che ancora rimane e disprezziamo ogni pensiero che ci venga su questo argomento, poiché avendo le nostre pratiche per unico fine di cercare Dio, quando è stato raggiunto lo scopo, i mezzi devono cessare.

Dio vuole condurci per quella via che più Gli piace: e noi, cercan­dolo in modo diverso, lo guidiamo. Se desideriamo di renderci graditi a Lui, ma non facciamo la sua volontà, se ci imponiamo per obbligo di dire la tale o tal altra cosa, fissi sempre con la mente nel pensiero di disimpegnarcene, e se riputiamo necessarie cose puramente immaginarie, noi ci poniamo nella condizione che Dio non possa fare di noi nulla secondo i suoi desideri.

Se dunque vogliamo battere felicemente quella via che piace a Dio e giungere sicuri alla meta, cerchiamo Lui solo, Lui solo desideriamo. Fermiamoci in qualunque parte lo troviamo; non corriamo il rischio che egli ci sfugga, passando oltre! Con Lui santamente riposiamoci. Ed anche quando la divina Maestà si sarà ritirata, continuiamo le nostre pie prati­che, mettiamoci di nuovo sulla traccia (volendo e desiderando ritro­varlo), e tutto abbandoniamo per goderlo dopo che l'avremo ritrovato.

È questa una lezione sommamente proficua, che si deve ritenere bene a mente e praticare, fuggendo l'esempio di certe persone, persino consacrate a Dio, le quali quantunque affaticate per la pratica dei loro esercizi, non poterono mai ricavarne frutto né riposo. E perché? Perché sembra loro di non aver fatto nulla, se non hanno finito il compito, ossia tutte le pratiche numerose e numerate. Fanno consistere la perfezione nel condurre una vita da operai che lavorino a cottimo. In tal modo, schiavi della loro volontà, non gustano mai la vera intima pace, quella pace che è il luogo del Signore, il santuario dove abita Gesù Cristo.

 

Fede nel Ss. Sacramento e modo di consacrarsi a Lui
 
La nostra fede e il nostro amore per il Ss. Sacramento non deb­bono essere mai stazionari, ma crescere ogni giorno più, irrobustirsi e naturalizzarsi in noi.

Nutriamo questa fede e questo amore con volontà pronta ad ogni sorta di patimenti, tribolazioni, abbattimento ed aridità per amore di questo divin Sacramento.

Non chiediamogli che si immedesimi in noi, ma bensì che l'anima nostra alla sua presenza trabocchi tutta quanta di sentimenti di ammira­zione e di gioia e così esaurisca le sue funzioni. Allora lo spirito ammirerà l'incomprensibile mistero, e alla vista di sì eccelsa Maestà, nascosta sotto specie così piccole, trasalità di gioia il cuore.

Neppure desideriamo che ci si mostri in altro modo. Ricordiamo che Egli ha chiamato felici coloro che credono in Lui senza vederlo. Perciò occorre innanzitutto essere fedele e costante nei propri eser­cizi e con perseveranza praticare i mezzi per purificare e render semplice, con calma e dolcezza, l'anima nostra. Se non trascureremo queste prati­che neppure la grazia della perseveranza ci verrà meno.

Un'anima che abbia gustato questa calma spirituale, non può tor­nare a vivere come i mondani, senza provarne tormento insopportabile!

 

L’anima cristiana deve cercare la calma e la consolazione in Dio solo
 
Un'anima è in istato di ricevere consolazioni dal Padre Celeste, se non trova nulla nel mondo degno di amore, tranne le persecuzioni e i disprezzi, se non ama e non desidera nessun bene che il mondo può dare, e non ne teme i mali. Fugge i primi come veleno, va in cerca dei secondi come fossero delle delizie. In Dio pone ogni sua fiducia e non presume nelle sue forze.

Grande generosità mostrava Pietro quando ad alta voce procla­mava di voler morire per Gesù Cristo. Tuttavia questo fermo e deliberato proposito era ottimo soltanto in apparenza, perché, basato com'era sulla sua volontà, aveva un vizio, che doveva causargli la sua caduta. Tanto noi non sappiamo né fare né pensare nulla di buono senza l'aiuto di Dio! Conserviamo dunque l'anima nostra libera da ogni sorta di desi­deri, unicamente intenta e presente a quanto sta facendo e pensando, senza permettere di portarsi momentaneamente con il pensiero a ciò che farà o penserà al termine dell'azione.

Non già che sia proibito occuparsi dei propri affari materiali, con prudenza e discrezione, secondo le esigenze del proprio stato. Anche que­sto, se compiuto convenientemente, è in ordine alla volontà divina e non porta il minimo ostacolo alla pace interiore e al progresso spirituale.

Tuttavia per poter meglio impiegare il tempo presente, offriamo a Dio l'anima nostra nuda e scevra da ogni desiderio e stiamocene davanti alla sua divina Maestà come altrettanti poveri, deboli e malati, che nulla abbiano, nulla sappiano fare, né acquistarsi nulla. Però non dimenti­chiamo che in questa libertà di spirito sta appunto l'essenziale della per­fezione, senza preoccupazione interna o esterna di dipendere in tutto da Dio.

Chi può allora concepire quali cure la bontà divina si degni di prendere per una creatura che è così tutta sua?

Si compiace allora Dio che essa Gli apra il cuore con confidenza: illumina i dubbi e ne risolve le difficoltà. La rialza se cade, le rimette i peccati ogni volta che la trova disposta a pentirsene: Egli è infatti sempre l'Eterno Sacerdote!

 

Non ci rattristino gli ostacoli e le ripugnanze nel conseguimento di questa calma interiore
 
Dio permetterà talvolta che questa serenità interiore, questa soli­tudine dell'anima, questa pace e santo riposo del cuore, siano intorbiditi ed offuscati dai movimenti e dai bollori dell'amore proprio e delle natu­rali tendenze.

Tuttavia, siccome la divina bontà non permette tali cose che per il nostro massimo bene, si compiacerà quindi d'irrigare sempre l'aridità dei nostri cuori con la soave pioggia delle sue consolazioni. Pioggia che non solo ne spegne la polvere, ma la rende atta a produrre fiori e frutti degni delle compiacenze della Maestà di Dio.

Se questi sono i rovesci della nostra intima tranquillità, questi i tur­bamenti causati dai moti dell'appetito sensuale, e i combattimenti (nei quali i santi ottennero con le vittorie le loro corone), quando cadremo in debolezze, in dispiaceri, in turbamenti e desolazioni di spirito, diciamo a Dio anche noi con cuor umile e affettuoso: io sono, o Signore, la creatura delle tue mani, lo schiavo riscattato dal tuo sangue. Disponi di me come di cosa fatta solo per Te e solo concedimi di porre in te la mia speranza. Beata quell'anima che nel tempo della desolazione saprà offrirsi così a Dio! Per­ché, se subito non possiamo uniformare la nostra a quella di Dio, non rat­tristiamocene: questa è la croce che Dio comanda di portare a chi lo segue.

Non l'ha forse Egli stesso portata per insegnarlo a noi? La terribile lotta con la sua anima ebbe a sostenere nell'orto degli ulivi, e la reazione dell'umana natura, nella sua debolezza, gli faceva dire: Padre mio se è possi­bile passi da Me questo calice. Tuttavia la forza dell'anima superando la debolezza del corpo, gli faceva soggiungere con profonda umiltà: Non sia fatta la mia volontà, ma la Tua.

Così anche la nostra naturale debolezza ci spingerà a fuggire ogni pena e ogni tribulazione; ma se, al suo comparire, le faremo cattiva acco­glienza, la vedremo fuggire lontana da noi.

Perseveriamo dunque nello spirito di umiltà e di preghiera, così che non vogliamo, né desideriamo che si compia in noi se non la volontà divina. Cerchiamo che il nostro cuore sia destinato unicamente a dimora di Dio, affatto scevro da amarezza, da livore, da ogni volontaria ripu­gnanza verso qualsiasi cosa. Non fissiamo gli sguardi e i pensieri sulle azioni malvagie degli altri, e passiamo e percorriamo felicemente senza osservazioni la nostra vita. Ad altro non pensiamo che a schivare ciò che può abbatterci, perché superare tutto, senza arrestarsi per nulla, è un grande mezzo per essere di Dio.

 

Artifici del demonio per turbar la pace dell anima

Mezzi per preservarcene
 
II nemico della salvezza degli uomini, il demonio, mira principal­mente a toglierci dallo stato di umiltà e di semplicità cristiana. Per riu­scire nell'intento ci trascina dapprima a presumere alquanto di noi stessi, della nostra diligenza e capacità, e a poco a poco ci insinua nella mente l'idea di essere superiori agli altri. Da ciò viene il disprezzo del prossimo sotto il pretesto di qualche sbaglio che notiamo in lui.

Si introduce, ho detto, nelle anime nostre con qualcuno di questi mezzi. Però la porta prediletta è quella della vanità e della stima di noi stessi. Il segreto, pertanto, di difesa è di non abbandonare la trincea della santa umiltà, e non allontanarsene mai, ma di confonderci e annichilirsi da noi stessi.

Se usciamo da tale stato, più non sapremo trovar riparo contro quello spirito di superbia. E quando si è impadronito, con tale arte, della nostra anima, la domina da tiranno, facendovi allignare ogni vizio.

Non basta però il solo vigilare. Si deve inoltre pregare, perché fu detto: vigilate e pregate. La pace dell'anima è un tesoro tale che può essere custodita solamente da queste due guardie.

Non tolleriamo che il nostro spirito si turbi e si inquieti per nes­sun motivo, e, ricordiamoci, che l'anima umile e tranquilla fa tutto con facilità, non si cura degli ostacoli, opera il bene e vi persevera. L'anima superba e irrequieta invece fa poco bene e imperfettamente, desiste con facilità, soffre senza intenzione alcuna, e i suoi patimenti non le recano nessun profitto.

Noi potremo discernere i pensieri su cui fermarci, da quelli da discacciare, dalla fiducia o dalla sfiducia nostra nella bontà e misericordia di Dio. Accoglieremo quindi come messaggeri celesti quelli che ci parle­ranno di aumentare sempre più questa amorevole fiducia. Su quelli ci tratterremo formandone le nostre delizie; bandiremo invece quelli che ci inducono a diffidare della divina misericordia.

Voi sapete bene che il tentatore delle anime pie sa far comparire le ordinarie mancanze molto più gravi di quel che siano in realtà. Studia di persuaderle che esse non adempiono mai il loro dovere, che non si con­fessano mai bene, che si comunicano con troppa tiepidezza, che molto difettose sono le loro preghiere. Continuamente cerca con ogni sorta di scrupoli di tenerle sempre turbate, inquiete, impazienti e a istigarle per­ché abbandonino le loro pie pratiche come infruttuose, non osservate e del tutto dimenticate da Dio. Spesso non vi è nulla di più falso di queste insinuazioni.

Non si può dire il vantaggio che possiamo ricavare, con la pratica della devozione, dalle distrazioni, dalle aridità interiori e dalle mancanze che si commettono, perché l'anima, in tale stato, comprende e conosce che Dio vuole da lei pazienza e perseveranza. Difatti, la preghiera e l'a­zione di un'anima che sente ripugnanza per ciò che fa - diceva S. Grego­rio - è una delle compiacenze che Dio si prende della sua creatura. Soprattutto quando, malgrado tutta la sua freddezza, l'insensibilità e lo spirito di ripulsione per ciò che va facendo, persevera con coraggio. Allora la sua pazienza prega assai in sua vece, e al cospetto di Dio tratta meglio la sua causa che non con le preghiere fatte con propria soddisfa­zione. Anzi, dice lo stesso santo, le tenebre interiori, nelle quali si trova l'anima quando prega, sono come una splendente lucerna dinanzi a Dio, e nulla può uscire da noi che sia più capace di attirarlo a noi, o di costringerlo a darci nuove grazie.

Se dunque non vogliamo aderire alle seduzioni del demonio, non lasciamo mai un'opera buona, qualunque disgusto ne possa derivare. E ciò tanto più quando dal seguente paragrafo avremo conosciuto il gran frutto che si può ricavare dall'umile perseveranza negli esercizi di pietà nel tempo di maggiore aridità.

 

L’anima non deve contristarsi per le tentazioni
 
I beni che emergono dalle nostre aridità, come anche dai difetti dei nostri esercizi di pietà, sono certamente infiniti. Però, senza umiltà e pazienza, non possiamo volgerli a nostro profitto. Quante tristi ore e quante cattive giornate saranno risparmiate, se sapremo ben penetrare questo segreto.

A torto noi giudichiamo come segni di avversione e di orrore da parte di Dio, queste che sono testimonianze di amor divino. Mentre appunto siamo favoriti dalla sua bontà, noi ci crediamo colpiti dalla sua collera! Non ci accorgiamo che le penose sensazioni prodotte in noi dalle aridità interiori non hanno altra origine fuorché il desiderio che noi nutriamo di essere accetti a Dio. Zelatori fervidi di ciò che riguarda il suo servizio, non pensiamo che ciò appunto che ci affligge altro non è che la privazione di tali sentimenti. Per le pene e i disgusti che ci oppri­mono ci persuadiamo facilmente che noi dispiacciamo a Dio come dispiacciamo a noi stessi. Questo appunto è il buon effetto di una buona causa; questo avviene soltanto a quelli che vogliono vivere da veri servi di Dio e tenersi lontani da quanto non solo può offenderlo, ma anche dispiacergli.

Non vediamo all'opposto che i grandi peccatori e quelli che condu­cono una vita mondana non si lamentano gran che di queste tentazioni? È questa una medicina che, lungi dall'essere piacevole, fa anzi rivoltare lo stomaco, perché l'anima che poco o tanto ne risente, non vuol battere affatto quella via, nella quale vede o sente delle ripugnanze. L'anima che vorrebbe essere continuamente nella gioia e nella consola­zione, reputa opera infruttuosa o inutile tutto ciò che non le reca dol­cezza. Invece, senza accorgercene, ci gioverà mirabilmente, perché, quanto più la tentazione ci affliggerà - sia essa anche tanto terribile da spaventare e scandalizzare la nostra mente - tanto più ci umilierà, e tanto maggior profitto ne ritrarremo!

 

Dio ci invia le tentazioni unicamente per il nostro bene spirituale
 
Noi siamo, per natura, superbi, ambiziosi e amici dei nostri sensi. In tutto ci aduliamo e ci riteniamo da più di quel che realmente siamo. Però, questa presunzione tanto si oppone all'avanzamento spiri­tuale, che anche solo il nutrirla di nascosto è di ostacolo alla vera perfe­zione. È un male, per noi, forse invisibile; ma Dio, che ben lo conosce e che tanto ci ama, procura sempre di disingannarcene, di farci rientrare in noi stessi, persuadendoci di questa illusione dell'amor proprio, e condu­cendoci a conoscere noi stessi.

Non fu infatti per condurre l'Apostolo a conoscersi per quel che era e per liberarlo dalla presunzione, che Egli permise che S. Pietro lo negasse e lo misconoscesse? Non fu ugualmente per liberarlo da questa peste dell'anima - la quale poteva fargli abusare delle altre rivelazioni ricevute - che Dio afflisse S. Paolo da una tale tentazione umiliante, che ad ogni istante gli desse la sensazione della propria naturale debolezza?

Ammiriamo dunque la bontà e la sapienza di Dio che reagisce verso di noi per mezzo di noi stessi, e tanto bene ci tratta, che tante volte non ce ne accorgiamo: quando appunto crediamo di aver ricevuto del male.

Se il cuore è freddo, pensiamo che ne è causa la nostra imperfe­zione e insensibilità nelle cose di Dio. Persuadiamoci che non c'è anima più distratta e abbandonata della nostra; che Dio non ha nessuno tra i suoi servi più miserabile e più pigro di noi, e che i pensieri che ci passano per la mente sono propri di gente perduta e abbandonata.

Quindi per mezzo di questa celeste medicina avverrà che, da pre­suntuosi che eravamo, cominceremo a crederci indegni del nome di cri­stiani e stimarci i peggiori fra gli uomini. Abbandoneremo quella super­bia di pensieri che emergono dall'orgoglio naturale. Potremo guarire da quella superbia gonfia. Infatti, potrebbero scomparire in altro modo dalla mente e dal cuore le pestilenziali emanazioni della vanità?

Né questo spirito di umiltà è il solo profitto che possiamo trarre dalle tentazioni e dalle afflizioni interne. Queste pongono in angustie l'a­nima nostra e ne bandiscono quanto di sensibile ha la devozione, met­tendoci nella necessità di ricorrere a Dio, di fuggire tutto quanto possa dispiacergli, e di praticare la virtù con maggior diligenza che per il pas­sato. Queste afflizioni sono inoltre una purificazione: se le accettassimo con umiltà e pazienza, ci preparerebbero una sorte gloriosa.

Posto pertanto che l'anima sia persuasa di quanto si disse, pen­siamo se abbia motivo di uscire dalla pace e di agitarsi per aver perduto il gusto della preghiera o per trovarsi assalita da spirituali combattimenti! Pensiamo se a buon diritto essa potrebbe qualificare per persecuzione del demonio, ciò che invia la mano di Dio, e le testimonianze dell'amore divino per contrassegni dell'odio!

L'anima ridotta in tale stato null'altro faccia che umiliarsi davanti a Dio, null'altro che perseverare e tollerare con pazienza il disgusto che prova negli esercizi di pietà, null'altro che conformarsi alla divina volontà. Riposi in Dio, con quell'umile accondiscendenza a quanto viene dalla sua mano che è la mano del Padre suo che sta nei cieli. Insomma, invece di abbandonarsi alla tristezza o allo scoraggiamento, renda nuova­mente grazie a Dio e perseveri nello stato di pace e di totale abbandono al suo beneplacito.

 

Mezzi per non affliggersi nelle cadute
 
Se pertanto ci accadesse di peccare con opere o con parole, di andare in collera per qualche avvenimento, di essere distratti dai nostri pii esercizi per qualche vana curiosità, di cader in manifestazioni di gioia smodata, di giudicare male del prossimo, o di cader in altro modo nella stessa colpa o in quella su cui proponemmo di stare più guardinghi, non dobbiamo per questo inquietarci. Neppure dobbiamo riandare troppo con la mente quanto ci accadde per affliggercene e sconfortarci con il pensiero di non poterci emendare o di non fare quanto dovremmo nei nostri esercizi. Se li facessimo anche meno frequentemente cadremmo nel medesimo difetto. Questa afflizione di spirito e perdita di tempo va evitata.

Non dobbiamo poi fermarci troppo a investigare le circostanze del tempo in cui cademmo, se lungo o breve, e se vi fu o meno consenso. Ciò vale solo a turbare lo spirito prima o dopo la confessione, come se non ci fossimo accusati di quanto dovevamo e nel debito modo.

Se ben conoscessimo la nostra naturale debolezza, e il modo da tenersi con Dio dopo le cadute, non dovremmo avere tutte queste inquietudini. Non ricorriamo a Dio per mezzo del rincrescimento che turba e abbatte, sia che si tratti di colpe leggere o di più gravi, di colpe commesse più per tiepidezza che di colpe commesse per pura malizia. E questo è ciò che molti non intendono, invece di mettere in pratica que­sto importante ammaestramento, della filiale confidenza nella bontà e misericordia di Dio, e si abbattono talmente, che, a stento, possono pen­sare al bene, e conducono una vita di miseria e di languore, perché vogliono anteporre, alla vera e salutare dottrina, le loro fantastiche idee.

 

L’anima deve porsi nella calma, senza perdere tempo per le inquietudini che la molestano

Teniamo per regola: ogni qual volta cadessimo in qualche colpa grave o leggera, anche deliberatamente e mille volte al giorno, appena l'abbiamo conosciuta, di riflettere alla nostra fragilità e di ricorrere a Dio, con umiltà. Diciamogli con dolce e affettuosa confidenza: voi avete visto, o mio Dio, che io ho fatto quanto potevo; avete visto che cosa io sono; il pec­cato non genera che peccato. Voi mi avete accordato la grazia di pentirmi. Ora supplico la vostra bontà a volermi perdonare e far sì che non vi offenda mai più. Fatta questa preghiera, non ci perdiamo a riflettere, con inquie­tudine, se Dio ci avrà perdonato. Applichiamoci nuovamente ai nostri esercizi, con umiltà e tranquillità, senza pensare a ciò che accadde e con la stessa fiducia di prima. Qualunque sia il numero delle volte in cui siamo caduti, fossero anche mille, comportiamoci nell'ultima caduta come nella prima. Così agendo, oltre che fare sempre ritorno a Dio (il quale da buon Padre è sempre disposto a riceverci ogni volta che ci rivol­giamo a Lui) non perderemo il tempo in ansie che turbano lo spirito e impediscono di rientrare nella calma e nella fiducia.

Vorrei infine che quelle anime, le quali si inquietano e si scorag­giano per le loro cadute, volessero saggiamente e debitamente intendere questo segreto spirituale. Allora conoscerebbero come si diversifichi codesto stato da quello che è internamente umile e tranquillo, dove regnano la pace e l'umiltà, e quanto danno porti la perdita di tempo, causata dalle loro inquietudini.

 

Notizie sull'autore
 
P. Jean Nicola Grou - Gesuita, maestro di spirito, nato il 24/11/1731 a Calais e morto il 13/12/1803 a Lullworth, in Inghilterra. Entrato nella Compagnia nel 1746 vi svolse da prin­cipio un'attività letteraria di cui furono frutto le versioni della "Repubblica"; delle "Leggi" e dei "Dialoghi". Soppressi i Gesuiti in Francia, il Grou, dietro invito dell'arcivescovo di Baumont, passò a Parigi (1766) dove, rinnovando la sua vita spirituale, attese esclusivamente a scritti ascetici. Primo frutto di questo nuovo orientamento fu la "Morale estratta dalle confessioni di S. Agostino" (1786) seguito dal celebre scritto "Caratteristiche della vera devo­zione" (1789); inoltre le "Massime spirituali" (1789) e "La Scienza pratica del Crocifisso nell'uso dei Sacramenti della Penitenza e del­l'Eucaristia" (1789) uscite al momento della Rivoluzione Fran­cese. P. Grou, voleva rimanere a Parigi per esercitarvi il ministero sacerdotale ma fu costretto ad esulare nel 1792 in Inghilterra dove fu ospite della famiglia di Tomaso Weld, a Lullworth Castle. Di quel tempo sono le "Meditazioni sull'amore di Dio" (Londra 1796) e la "Vita interiore di Gesù e di Maria" (2 vol. 1815). Questo fu pubblicato dopo la sua morte da un mano­scritto imperfetto e non riveduto dall'autore (1815). Delle molte opere scritte dal P. Grou la più preziosa ricavata da particolari trattatelli ed istruzioni è il "Manuale delle anime interiori" (1833). Come si è notato dall'ordine delle sue pubblicazioni il P. Grou da umanista distinto si converte ad una vita interiore e sublime per l'amicizia spirituale con la suora visitandina Francesca Pelagia Lèvègne. D'allora il suo spirito è predisposto a "nulla rifiutare a Dio e a nulla fare sapendo che possa dispiacergli". Aspira alla san­tità, non per un proprio bene, ma per la gloria di Dio a cui lo ha consacrato il Battesimo; si dona a Dio per vivere in un atteggia­mento filiale in lui. Combatte l'amor proprio per far nascere in lui "una tendenza continua al puro amore". L'anima, dice, diventa perfettamente semplice, mediante l'adesione di spirito e di cuore a Dio solo, per Dio solo e giunge al più alto grado di santità all'unione immediata e centrale con Dio. Questo è uno stato spirituale espressivo dell'adorabile unità che regna fra le tre Divine Persone. Ecco un brevissimo accenno sull'esperienza inte­riore di questo maestro di vita spirituale.
 

Last modified on Tuesday, 17 February 2015 23:34
Maurizio Riboni

Kattolico.

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