Wednesday, 11 February 2015 21:27

Mons.Luigi Negri

Ieri ho riaperto e consacrato una delle più belle e antiche chiese di Ferrara che è dedicata a S.Chiara, sono 4 o 5  le chiese che ho potuto riaprire, a fronte delle quasi 250 che sono ancora chiuse. La nostra Diocesi vive l'amarezza di essere stata espropriata del luogo tipico della comunità che è la chiesa, ma , a parte la bellezza, mi ha colpito un enorme quadro di S.Carlo, un santo famosissimo a Ferrara, perché è stato anche un abilissimo stratega per diffondere la Riforma del Concilio di Trento, a cui partecipò in maniera viva e attiva. Fece diventare vescovi due suoi amici: monsignor Sormani, della famosissima famiglia dei Sormani, che finì nel Montefeltro, e l'altro, Fontana, che finì a Ferrara.
Parto da San Carlo perché è a lui che intitolata la vostra scuola: San Carlo è stato un pastore di straordinaria capacità: a Milano ha trovato una Chiesa praticamente distrutta, in una diocesi che era molto più ampia dell'attuale, che egli percorse a dorso di mulo, nella maggior parte dei casi, facendo 5 visite pastorali. Quando arrivò si accorse di un'assoluta mancanza di cultura ed educazione cristiana, identificò allora una parte fondamentale della sua missione nel far nascere, nelle parrocchie, scuole di dottrina cristiana, Quando arrivò ce n'erano 5, quando lasciò, per morte, la diocesi di Milano, ce n'erano 750, create sotto il suo impulso. Ma per far nascere queste scuole non poté far appello ai preti, che erano pochi e malpreparati, molti dei pochissimi sapevano a malapena la formula della consacrazione e dell'assoluzione. Egli scrisse un messaggio a tutti i padri e le madri di famiglia, incaricandoli di essere, insieme a lui, i maestri della dottrina cristiana.
Sono partito da qui per dire una cosa fondamentale sull'educazione: la preoccupazione educativa non è che i ragazzi conoscano alcuni aspetti della realtà, che pure devono conoscere, l'educazione richiama la cultura, il problema dell'uomo e del suo destino.
La cultura è “il modo dell'essere e dell'esistere dell'uomo”, disse il Beato Giovanni Paolo II nell'intervento formidabile del luglio 1980 all' Unesco di Parigi. L'uomo fa cultura perché è uomo, fa cultura perché tende a conoscere il senso profondo della sua vita e quindi del mondo, perché quando l'uomo ha un problema, è l'unico essere che trascina nel suo problema tutto l'universo: la cultura è l'impegno caratteristico dell'uomo a conoscere il senso della sua vita. E' un cammino verso un “oltre”, perché l'uomo, quando dice IO non dice un possesso, non dice “sono a posto”, ma apre una questione, apre un disagio, una scontentezza fondamentale: non sa chi è, non sa da dove viene, non sa dove va.
La cultura nasce dal tentativo che l'uomo assume di fronte a se stesso e di fronte alla realtà di percorrere il sentiero che va da sé verso quella realtà misteriosa, ma incombente, che l'uomo non conosce adeguatamente ma di cui intuisce l'esistenza. Quest'uomo  può non saper leggere né scrivere, ma può essere fattore di cultura, viceversa si può saper leggere e scrivere ma non essere impegnato a questo livello, per cui  la cultura, che si ha o che si insegna, finisce per non avere l'aggancio diretto con la realtà.
L'aggancio diretto si ha non per cosa si insegna, ma perché viene insegnato in un certo modo, il modo in cui un insegnante insegna, in cui un padre e una madre si rapportano con i  figli in certe circostanze concrete della vita quotidiana. La questione è il destino dell'uomo. La modalità specifica con la quale l'uomo è chiamato ad affrontare il problema del suo destino, si chiama cultura, cioè impegno dell'uomo con se stesso e manifestazione dei punti di verità che in questo impegno vengono a galla, attraverso l'uso di quello strumento straordinario e irriducibile che è la ragione. La ragione cerca il mistero, non c'è opposizione tra ragione e mistero, l'opposizione è ideologica, è falsa, l'uomo moderno è colui che ha posto un'inimicizia radicale tra la ragione e il mistero, così afferma il grande filosofo e teologo Romano Guardini nel suo libretto “ La fine dell'epoca moderna”.
Siamo chiamati  in causa tutti: primo a camminare per l'acquisizione di una nostra cultura personale e poi, nella misura in cui l'abbiamo assunta, personalizzata, resa esperienza di vita, resa conoscenza, resa amore, resa impeto, abbiamo il problema di comunicarla, perché ciò che è vero deve essere comunicato. Ciò che è buono deve essere comunicato, il bene è per sua natura qualcosa che non si può tenere per sé, perché tende inevitabilmente a diffondersi. In questo senso da mio papà, che ha fatto la quinta elementare, ho imparato la cultura più da tutti i maestri che ho incontrato dopo, che hanno avuto il ruolo importante di svolgere criticamente tutto ciò che avevo già ricevuto nell'impatto quotidiano con mio papà e mia mamma. Il soggetto della cultura non è l'insegnante, non è il prete, non è l'esperto, non è il ministro della Pubblica Istruzione...“ Deus avertat!” Dio ci scampi! Il soggetto della cultura è l'uomo nella sua umanità. Perciò è una sfida che la realtà ti lancia, su di te, sul tuo destino: tu perché vivi? Perché vivi?
E' per questa cultura di fondo che accetti il sacrificio, l'impegno del matrimonio,  la fatica di andare al lavoro: c'è qualcosa di prima, la cultura ci fa affondare in questo “prima” da cui dipende tutto il resto. Quando ho sentito Mons. Giussani formulare la cultura in questi termini, e poi quando l'abbiamo sentita insieme riformulata con potenza, con precisione, con afflato dal Beato Giovanni Paolo II , noi ci siamo sentiti restituiti la nostra umanità, perché soltanto quando l'uomo viene provocato ad assumere responsabilmente  il problema del proprio destino, a maturarlo, a crescerlo, e quindi a comunicarlo, è solo così che l'uomo è visto nella sua umanità, altrimenti è considerato per un aspetto: l'insegnante, il politico, l'esperto, il giornalista. Ciascuno di voi che è qui, ha una condizione in cui vive o competenze che ha acquisito, o un  servizio che può dare, ( l'insegnante non è uguale al padre e alla madre, il politico non è uguale all'insegnante), ma per tutti la prima osservazione fondamentale è che la cultura  non è un problema  di specializzazione, la cultura è un problema di verità. Ci fu un bellissimo meeting dei primi anni in cui partecipò il Card. Biffi di Bologna, il tema globalmente era “ La cultura e la specializzazione” , quello affrontato da lui fu “Morte per specializzazione”.  La specializzazione è quando l'uomo carica di valore assoluto i particolari e allora muore l'uomo, il particolare è la ricerca tecno-scientifica, che è una grande ideologia dei nostri giorni, più credibile e persuasiva delle grandi ideologie totalitarie, che fortunatamente sono morte, ma solo dopo aver massacrato  milioni di uomini. Varrà bene la pena che anche noi, soprattutto noi cattolici, pensiamo bene  alla storia del XX secolo: la grandi ideologie totalitarie nascono dall' affermazione che la cultura è il potere dell'uomo. Hanno prodotto non solo la Shoah ma i campi di concentramento, di sterminio, le guerre mondiali, 15 milioni di morti la prima, 50 milioni la seconda: non si può celebrare il centenario della prima guerra mondiale senza citare che essa è stata il primo grande tentativo di modificare l'assetto culturale, sociale, politico dell'Europa. Sei tu che  devi far cultura , la fai perché vivi, perché accetti tutta la densità problematica dell'uomo. E ti chiedi “io chi sono?”. Quest'espressione leopardiana che  don Giussani andava a pescare tutte le volte che parlava in Cattolica, riassume  la prima  osservazione: il problema dell'educazione implica non  quello che tu sai ma quello che tu sei. Quello che tu sai arricchisce, sviluppa, rende creativi, comunica in maniera adeguata, forma le capacità della persona  che educhi, svolgendone alcune dimensioni fondamentali. L' esigenza prima a cui, soprattutto in campo scolastico, risponde, è a conoscere la realtà, tendenzialmente in tutti i suoi fattori. Ecco perché, secondo l'espressione intelligente e lucidissima di Giovanni Gentile, l'unico ministro della Pubblica Istruzione degno di essere ricordato negli ultimi 150 anni, alle scuole elementari cosa si fa? Si impara a leggere, a scrivere, a far di conto. Quando si è imparato questo si incomincia il cammino della socializzazione che finisce anche a fare l'ingegneria aerospaziale. La cultura non è che tu fai l'ingegnere aerospaziale, ma il motivo per cui tu ha deciso di farlo. Capisci che in quel particolare specifico tu compi la tua cultura, la esprimi adeguatamente, è la cultura che ti sei fatto nella specializzazione, ti consente di servire il popolo, perché l'educazione è un servizio alla libertà e al destino del popolo. La cultura è l'impegno della nostra vita, con la nostra vita, per la nostra vita.
Il soggetto dell'educazione poi è uno e vario, la Chiesa dice che, con buona pace dei parroci e dei vescovi, il primo soggetto dell'educazione è la famiglia. Il che significherà che se la famiglia andrà in crisi, a causa degli attacchi anticristiani, anche da tanti traditori cristiani, non si potranno cercare scorciatoie sostituendo una realtà che non è sostituibile. Ecco perché una scuola  come la vostra ha anche il problema di integrare le famiglie, non tutte ma quelle che ci stanno, di consentire, attraverso la testimonianza educativa  che noi diamo a questi adulti, che devono riprendere fra le mani la loro funzione educativa, e possono riprenderla nella misura in cui approfondiscono la loro identità di famiglia e quindi rivedono la loro missione di famiglia. E' la famiglia, in nesso organico alla Chiesa, che chiede questo diritto, non in vece della famiglia ma accanto  alla famiglia, la responsabilità di educare cristianamente a quella vita nuova che Dio dona al mondo, all'uomo, nel mistero di Cristo morto e risorto, e che accade nella misura in cui una persona entra a far parte del popolo di Dio. Un popolo  in cui il Signore, crocifisso e risorto è presente realmente, fonte della parola, fonte dei sacramenti, forma della carità del popolo: questa vita nuova ha bisogno di essere educata, altrimenti  la fede rimane nei sottofondi della coscienza e del cuore, non arriva al livello in cui l'uomo mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore. Ecco perché una Chiesa che non educa è infedele alla sua identità: San Giovanni XXIII stupì il mondo con la sua prima enciclica, Mater et magistra, sottolineando che una che una Chiesa madre non può essere che maestra, e qualsiasi forma di magisterialità non può essere esercitata che come espressione di maternità. La Chiesa è madre perché educa ed educa perché è madre. E questo Papa, ricordato per la sua bontà, e sicuramente buono lo era, diceva ( e per questo non  lo si ricorda molto) che la separazione astratta tra fede e cultura, fra fede e impegno sociale, culturale e politico, era la tragedia della Chiesa del nostro tempo. Ma per  evitare questa separazione tra fede e cultura, fra fede e impegno  culturale, sociale politico, c'è  forse bisogno  che la Chiesa ripeta continuamente il Credo? C'è bisogno  che la Chiesa investa le sue energie perché ciò che è dato misteriosamente nel Sacramento, ciò che è insegnato obiettivamente nella catechesi, diventi una concezione della vita, un modo di essere e di giudicare. Ecco che la Chiesa si affianca alla famiglia, la integra, fa quello che la famiglia non può fare, cioè svolge tutto, dà forma intellettuale e morale alla fede, perché se la Chiesa non fa diventare la fede forma dell'intelligenza dei suoi figli, ed energia del loro cuore, è fallita. Cosa può fare la Chiesa per il mondo? Educare un popolo. Cosa può fare la Chiesa perché questa società non finisca per disintegrarsi totalmente sotto l'impeto della falsità e della menzogna che hanno preso la forma di questa sconsiderata fiducia nella tecnoscienza, in base alla quale non esiste più nessun valore se non quelli fissati dalla scienza? La vita è quella che è fissata dalla scienza, la modalità in cui si nasce è fissata dalla scienza, in cui si muore, perché la scienza è l'unico soggetto autorevole nell'umanità. Si nasce e si muore a comando della scienza, si nasce approfittando dell'utero in affitto, si nasce facendosi congelare gli ovuli per poter procreare a tempo debito quando la carriera nell'azienda sarà stata compiuta, e  proprio queste persone, che hanno avuto quest'idea, sono indicati come azienda attenti alle esigenze del proprio personale. Si combatte questa follia che si sta diffondendo nella società, creando un popolo, cosciente della propria identità, che non è nella storia, nel potere, nella sensibilità, nel benessere affettivo o psicologico, ma alla luce dell' uomo nel mistero di Dio. Un popolo che ha coscienza della sua identità, del grande dono che è la vita, che è la fede, perché la fede è la salvezza della vita, diceva Sant' Ambrogio: non sarebbe neanche valso  la pena di nascere se non fosse per essere salvati.
Quindi il soggetto è la famiglia, la Chiesa e certamente la scuola, che non è un soggetto di educazione, ma un ambito dove si facilita l'educazione. Mio papà, che aveva fatto fino alla quinta elementare, non poteva spiegarmi la trigonometria:  c'è bisogno che l'educazione diventi sapere, cioè che la cultura che tu hai, il destino che tu conosci o che tu speri o attendi o hai incontrato, ti faccia amare la realtà. Il primo modo di amare la realtà è conoscerla, non nella puntualità, la realtà di oggi, 2014, perché qualsiasi livello della realtà ci arriva dalla tradizione, dalla storia, la conoscenza è sempre teorica ma storica. Conoscere la realtà, rapportarsi ad essa con rispetto, la realtà della natura per esempio, non è una serie di oggetti che l'uomo sapiente, perché scienziato, manipola e mette a posto trasformandola secondo la tecnica. No, la conoscenza della realtà è come penetrare intensamente in una realtà vivente, perché è immagine di Dio come l'uomo, meno radicale dell'uomo ma non meno significativa, perché Dio parla attraverso la realtà dell'uomo e della natura, che ha costruito intorno all'uomo perché l'uomo potesse essere aiutato pienamente a costruire la sua umanità. Ecco perché c'è bisogno della storia, della geografia, che a ognuno interessa di più e capisce che, approfondendo quel particolare, maturerà la sua cultura e servirà il mondo. La specializzazione è la capacità di andare a fondo della cultura  in modo specifico e poi di servire il mondo attraverso questa specificità. Ecco la scuola. La scuola non è innanzitutto un soggetto educativo ma un soggetto attraverso cui l'insegnamento continua, matura, si approfondisce, si articola, ecco perché una scuola dovrebbe avere una cultura di riferimento: la cultura delle famiglie che mandano i ragazzi a scuola, o la cultura di una realtà sociale, o la cultura di gruppi, di formazioni sociali  in cui l'uomo decida di maturare la sua personalità, mi pare dica così un articolo della nostra costituzione. Può essere un impegno religioso, la tradizione della regione in cui è nato, un impegno culturale-sociale di una formazione politica, ma c'è bisogno di una cultura dietro, altrimenti la scuola si chiude in se stessa; ai miei tempi era dominata da insegnanti che avevano i pallino di quello che insegnavano: e invece he incontrare delle persone e maturare, attraverso il loro insegnamento, si accontentavano di rovesciare addosso agli studenti i propri interessi. Così la selezione la facevano tra quelli che capivano e amavano la loro materia, e gli altri, che non capivano o amavano, senza alcuna colpa, venivano progressivamente discriminati. Erano insegnanti che dicevano di sé: “ Se non avessi la chimica mi sarei già ammazzato”, questa frase è una citazione da “ Il senso religioso” di don Giussani, ecco la differenza tra un'impostazione vera della vita e un'impostazione particolare: ma come fa un uomo intelligente a pensare che il senso della sua vita stia nell'andare a fondo della chimica e in  più pretendere di coinvolgere i ragazzi in questa sbronza per la chimica, che, alla loro età forse hanno il diritto di non farlo?
Dove è nata la scuola? Nella casa del Vescovo, come dilatazione della sua preoccupazione pastorale e catechetica  e poi accanto ai conventi, cioè dove una cultura forte, diventava impostazione globale della vita, non in astratto, perché  i Benedettini del 500-600, investiti da una massa di documenti precedenti, non li hanno bruciati come hanno fatto gli Islamici con la Biblioteca di Alessandria d'Egitto, bruciando nel giro di qualche giorno 2 milioni di volumi, ma hanno preso questi libri e li hanno riletti nell'ottica della fede, capendoli nella loro formulazione e investiti di un giudizio che li ha resi appartenenti alla cultura dell'occidente cristiano non meno di quanto non appartenessero alla cultura precristiana. La scuola dunque ha bisogno di una cultura  che la sostenga e svolga una funzione educativa attraverso l'insegnamento, una realtà che ha una sua precisione metodologica, degli strumenti che devono essere aggiornati; certamente c'è una professionalità dell'insegnamento che deve essere perseguita, ma non è la ragione ultima dell'insegnamento, l'insegnamento deve mettere in grado lo studente di avere una coscienza matura della cultura da cui parte, nella quale è nato e che ha scelto e vederla diventare “secondaria”,come diceva Giovanni Paolo II, cioè cognizioni, materie, conoscenze, competenze, suggestioni tecnologiche, indicazioni professionali, così la scuola matura la professionalità. Il vertice di un'educazione che avviene nella scuola è che un bambino, un ragazzo, scopre la sua vocazione, almeno professionale. Capire che io vivo per fare questo, per dare carne al mio impegno culturale, per farlo diventare un impegno specifico attraverso cui esprimo la mia personalità e servo il popolo.
L'educazione fa riconoscere la propria vocazione professionale attraverso la quale l'uomo, il cittadino, partecipa al bene comune della civiltà.
Due ultime sottolineature: la prima, il nostro è un Paese  fortemente contrassegnato dalla tradizione cattolica, ma poi si è  differenziato in altre forme e posizioni culturali, ma anche in posizioni ideologiche, corruzioni della cultura ma che vivono accanto ad essa e possono condizionarla negativamente. Oggi i mezzi di comunicazione di massa dicono che ci sono gli stati vegetativi in cui un uomo non ha più coscienza di sé, non esiste, e quindi può anche morire, che è una falsità dal punto di vista scientifico, un orrore se applicata ad un minore: la società, attraverso suo padre, gli consente il diritto alla morte dolce. Il nostro è un Paese dove c'è una differenziazione tra posizioni culturali diverse, la logica esigerebbe che ogni espressione culturale significativa avesse il proprio diritto educativo e quindi la possibilità di creare scuole che esprimano questo diritto e mettano in condizione di avere una coscienza critica della propria cultura di partenza. Non si è voluto questo perché , con  vergogna, è ancora fissata negli atti del parlamento italiano, una grande discussione, nel lontano 1864, sullo stato dell'istruzione e dell'educazione. Era ministro della Pubblica Istruzione Marco Minghetti, persona proba e competente ma laicista, che concluse questo dibattito ed ebbe l'impudenza di concludere così: in linea di principio sarebbe meglio una libertà di scuola, ma se ne approfitterebbero i clericali. Ricordatelo, tutte le volte che parlano di una scuola statale neutra, al servizio del popolo, libera da ideologie...salvo prima aver avuto la scuola risorgimentale, poi fascista, poi marxista, quando vi dicono questo rispondete che la scuola o è animata da una cultura o è un'ideologia. Come quando pretende di essere totalmente neutra, non avendo alcuna pretesa se non quella di insegnare. Il buon San  Giovanni Paolo II disse una volta ad un'associazione cattolica di insegnanti: la scuola che si concepisca esclusivamente istruttiva è una scuola nella quale avviene l'alienazione educativa, perché la scuola valore fa crescere il senso del destino, il senso della cultura, dando carne intorno alla personalità dell'uomo.
Così la vostra scuola dichiara la sua cultura di partenza: chi viene, con maggior o minor consapevolezza, ritiene  di dover  accettare  questo riferimento della vostra scuola come cultura che la precede e la informa.
Da ultimo: tutto questo per chi? Per i bambini e per i ragazzi che devono essere introdotti nel cammino alla ricerca del vero, del bene e del bello, in modo organico, in modo che sia un cammino che aiuti a sviluppare la loro personalità nelle scansioni della loro vita fisica, psicologica, affettiva, utilizzando tutti i momenti, per questo cammino possa essere condotto in modo adeguato e concreto. Noi apriamo le porte della nostra aula e siamo sfidati dai nostri ragazzi sul problema del destino, anche se non lo sanno. E' come se ci dicessero: ma tu chi sei e perché sei qui?Che cosa vuoi da noi? Allora capisci che devi aprire un discorso che va dalla tua persona alla loro persona. E tutto quello che viene insegnato deve essere dentro questo amore alla persona, attraverso l'insegnamento cerchi la persona, ti rapporti con essa e cerchi di farla camminare dove si fermerà lei, dove si fermerà la sua libertà. L'educazione, ci ha insegnato don Giussani, è una sintesi dialettica in cui due fattori non entrano sempre tranquillamente in gioco, è la dialettica tra chi è più autorevole, cioè tra chi è più maturo, che ha una cultura più esplicita, chi è più consapevole della propria posizione culturale, e ha strumenti per comunicarla. E' l'autorità che mette in gioco nella vita dei più giovani un'ipotesi di vita. Se ci sono insegnanti autentici uomini di cultura, la scuola non è un'imposizione, non è un sistema disciplinare militaresco. Le nostre scuole nei secoli scorsi rischiavano di essere l'anticipo della caserma...( adesso sono dei casini...quello che in effetti seguiva alla caserma) Sono luoghi in cui  con dialettica metto in gioco quello che spero, quello in cui credo. Una persona è sollecitata dalla mia presenza certo a capire la matematica, ma prima, mentre studi la matematica, sei sollecitato a capire chi sei. E questo stabilisce un rapporto che non viene meno,ti darò magari 4 fino alla fine della scuola perché non sai la matematica, ma dandoti 4 ti vorrò bene e non chiuderò il rapporto con te perché tu non hai capito la matematica,
perché che tu l'abbia capita o no non è un'offesa a me, ma è una circostanza negativa che si deve cercare di supplire  in qualche modo. Negli anni dopo la contestazione, a Milano  si fece un' inchiesta a campione su tutti gli studenti delle scuola medie superiori sul rapporto con i professori, sapete ciò di cui si lamentavano di più ? Del fatto che i loro professori, quando li incontravano per strada finita l'ora di scuola, non li salutavano. Perché l'uomo, soprattutto quello giovane, ha bisogno di un rapporto stabile, per questo la pura aberrazione dell'affettività consiste nel ridurla a puro meccanismo sessuale senza impegno, senza stabilità, senza responsabilità, senza obiettivi, senza destinazione. E' una fatica farli maturare nella loro responsabilità, noi non possiamo sostituirci alla loro libertà, la dobbiamo riempire di una proposta ed aiutarli  a verificarla con noi, a cercare di capire se è vera. Questa è una scuola in cui ci sia un esplicito riferimento culturale e degli insegnanti che hanno una precisa cultura, che si deve realizzare: una convivenza stabile tra insegnanti e studenti che travarichi necessariamente le ore  di scuola.
Avete usato il termine “affascinante”, ecco affascinante è l'educazione che ti impedisce di invecchiare. Non so se sia vero come dicono alcuni che il pericolo della Chiesa è l'irrigidimento  della dottrina, io dico che il vero pericolo è che la Chiesa non la sa più la dottrina. Comunque un insegnante non può irrigidirsi, perché oggi ogni studente che incontra è come se lo mettesse in gioco, è come se gli dicesse: perché sei venuto? Che cosa vuoi da me?
Gabriel Marcel, uno dei più acuti filosofi dello Spiritualismo francese, diceva “Ama  chi dice all'altro : tu puoi non morire”, in tutti i miei anni di insegnamento e poi anche nel lavoro che faccio adesso, alla fine della giornata mi sono sempre chiesto se quello che avevo fatto era il modo per dire alla gente che avevo incontrato: ricordati che tu non sei venuto al mondo per morire.
E' questo che rende affascinante la cultura, perché rende affascinante la vita.

INTERVENTI

Hai posto l'accento su una questione che l'esperienza di fare l'insegnante da 20 anni continua a ripropormi, un aspetto di fare scuola così concreto che continuano a ripropormi genitori ed alunni. Se vuoi fare una scuola devi avere una posizione culturale , altrimenti predomina l'ideologia; la prima cosa che si vede se non c'è una posizione culturale è che la scuola diventa noiosissima. Oggi lavoro in una scuola dove arrivano 600 famiglie  con diverse posizioni culturali e quella più diffusa parte dal presupposto che è bene non porsi il problema del destino, che pure per i giovani è affascinante. Una posizione culturale che apre al destino, per sua natura, è per tutti; siamo nel tempo in cui essere scuola è una proposta.

Ti sono molto grato per la testimonianza. Oggi, nella disintegrazione totale della nostra società, se c'è una scuola qualificata è quella con una cultura cattolica, “cultura”, non “confessione”, la scuola confessionale è nata nel 1600, in un contesto culturale radicalmente diverso, in cui la facevano da padrone i gesuiti. Oggi, in una scuola cattolica, ci sono 600 famiglie diversissime, come dicevi tu: da quelle che si accontentano del talk show ad altri...se io faccio una proposta e mi mandano i ragazzi vuol dire che si fidano. Perciò devo andare a fondo. Siccome non c'è una situazione ideale, perché il nostro Stato non ha avuto il coraggio della libertà, forse perché è uno stato liberale e non libero, allora devo sentirmi condizionato dal fatto che quelli che mi mandano a scuola non sono tutti cattolici? Se sapessero quello che io faccio non me li manderebbero? Ecco, quando si accorgessero, che non me li mandino più, ma io devo accettare in modo positivo la sfida che è la fiducia. La gente che si fida è un valore, dentro questa gente ci può essere qualcuno per cui il dialogo con te può diventare un cammino, come nella catechesi: prepariamo 20 bambini alla comunione, di questi 20 solo 3 famiglie vogliono partecipare a questo cammino, io li preparo tutti, se tornando a casa trovano dei genitori che sono in sintonia con quello che dico io , meglio, se non li trovano, Dio li aiuterà lo stesso, i bambini. Se fate la scuola   cattolica solo per quelli che la pensano come voi, chiudetela pure subito. Voi dovete fare la scuola per tutti. Tutti sanno che voi fate una scuola qualificata, si fidano, pur non comprendendo tutto ma per un'intuizione: è una grazia. Valorizzate questa fiducia e restituitegli dei ragazzi che abbiano fatto un cammino di maturità. Non dovete costringerli a venire lì per sempre, se ad un certo punto saranno scontenti, non li manderanno. Non è una scuola quella senza una proposta, non è una scuola neanche laica: negli anni dopo l'ordinazione sacerdotale, avevo preso qualche ora di religione in due scuole prestigiosissime della cattolicità ambrosiana, non diocesane ma di congregazioni. Mentre sto passando dall'aula professori, vedo un condiscepolo laureatosi con me in Cattolica, uno dei primi che si era occupato di psicologia e psicanalisi, di chiara professione marxista, perché in quegli anni chi non aveva la tessera in tasca non poteva far carriera, lo saluto e mi dice di insegnare 18 ore di storia e filosofia, io ne facevo 2...di religione. Incontro il Padre preside e chiedo notizie su questo mio compagno di università, lontano dalla posizione della Chiesa cattolica  come può esserlo un marxista psicanalista... ”ah sì “, mi dice “ ma male non fa”. Io rispondo che i genitori che mandavano i figli in quella scuola, pagando quello che pagavano, avevano il diritto di avere non solo professori che non fanno male, ma anche professori che fanno bene!
Una proposta poi deve essere tenuta, sostenuta, deve diventare il criterio di selezione del personale docente; a parità di condizione, senza discriminazione, tra uno che  si presenta con una cultura cattolica e pronto ad insegnare in quella direzione e uno che si presenta neutro, o addirittura che sia contrario, pur non facendo male, è chiaro che chi sceglie il terzo non porta la scuola a grande successo. La proposta di un'istituzione scolastica deve diventare coerente nelle scelte e nelle applicazioni; ma dico di più: anche nella scuola statale, secondo il documento degli anni ottanta “ Il laico cattolico testimone nella scuola”, la cosa che è più lontana dai professori cattolici è entrare a scuola partendo da un'esplicita testimonianza, mentre se fanno così anche in una scuola così disarticolata, dove spesso anziché il confronto c'è lo scontro, nell'ora di scuola si realizza una vera esperienza di scuola. Ecco perché grazie alla testimonianza di centinaia e centinaia insegnanti cattolici, la scuola italiana non ha fatto tutto il male che poteva fare. Ma questa non è una soluzione sociopolitica, perché esigerebbe un pluralismo di realtà scolastiche nelle quali la proposta sia chiara e perseguita con chiarezza e coerenza. Ognuno nella sua scuola insegna ciò che insegna, mette dentro un' immagine più vera di scuola. E questo redimerebbe tutto quel coacervo di tempo che devono perdere in riunioni e riempimenti di verbali che poi nessuno legge.


A proposito di libertà, lei diceva che nn possiamo sostituirci alla libertà che abbiamo davanti ecco, io da mamma e da insegnante, io spesso di fronte ad una libertà che non si muove o che non lo fa come dico io, mi irrigidisco eccome.

L'irrigidimento di cui parli tu implica una vigilanza del cammino educativo che può e deve diventare educazione, io volevo solo evitare l'idea che il passaggio di una proposta avvenga meccanicamente o impositivamente: non si comunica la verità per imposizione, ma, come dice il concilio per la Fede, da persona a persona e con dolcezza.  E' anche una proposta però che deve fissare le condizioni nelle quali matura: la disciplina, nella scuola così come nella casa, non è un valore di per sé, ma è una condizione per la maturazione del cammino educativo. Vivere nel disordine fisico, ambientale, a maggior ragione anche morale, non costituisce una possibilità di cammino, perciò no all'irrigidimento se diventa un'imposizione, ma è un irrigidimento negativo anche dire fai ciò che ti pare e piace, il permissivismo. L'autoritarismo e il permissivismo sono le facce dello stesso errore, che rende tutto tecnica. Il problema invece è una compagnia educativa che sa modulare la sua presenza a un bambino di 8 anni, a cui devi poter chiedere ed anche imporre alcune cose; ad uno di 18 è più difficile, ma non impossibile neanche in quel caso, a fronte della percezione che uno ha che se non interviene, questo si perde, si rovina.
La nostra proposta deve mettere in primo piano e responsabilizzare la libertà dei ragazzi e dei giovani a rispondere in maniera personale, in modo che possano iniziare a fare un cammino, “vieni dietro di me” dice Paolo, presentandosi come autorità per la gente: quello che avete visto, udito e imparato da me fatelo anche voi. L'educazione implica un'imitazione, libera, cosciente, personale, responsabile. Ma l'educazione non è un' auto-educazione,  è una proposta che si riconosce man mano che si cammina e si ritrova più corrispondente alla mia umanità. Quando il Papa Benedetto XVI rilanciò in un congresso a Roma il tema dell'emergenza educativa, molti vescovi se ne sono interessati e io ho scoperto che l'emergenza educativa non è quella dei giovani, ma degli adulti, perché quello che era chiaro è che una fetta del mondo adulto si sottraeva alla realtà educativa  . Ho scoperto un passo bellissimo di Bernareau, personaggio poliedrico, che in un saggio sullo scoppio della I guerra mondiale, scrive: abbiamo chiesto a coloro che ci precedevano delle ragioni adeguate per vivere, per tutta risposta ci hanno mandato a morire sulla Marna, la prima terribile battaglia tra francesi e tedeschi sul fiume omonimo, durata 5 giorni in cui sono morti 150.000 francesi e 200.000 tedeschi. Adesso non li mandate a morire sulla Marna, ma non è forse la Marna quelli che vanno a morire sulle autostrade tornando sbronzi dalle discoteche, nelle quali non si interviene mai per un minimo di regolamentazione nell'uso delle droghe e dell'alcool? La piazza della mia cattedrale per tutti i fine settimana è infestata da centinaia di giovani universitari che fanno di tutto e di più, si drogano, bevono, fanno quello che consegue a questi atteggiamenti, nel silenzio assoluto della città, perché son giovani, come si fa a togliere ai giovani il divertimento? All'università, in un dibattito, al rettore ho detto che dovrebbe vergognarsi di dire così, perché se l'università per loro dura 6 o 7 anni, raddoppiandosi in queste condizioni esistenziali, perché uno che fa una vita così non si laurea in 4 anni neanche se muore, se uno vive così per 8 anni, lei pensa che torna a casa ed è in grado di assumersi una responsabilità di tipo professionale? Piantiamola con questa fuga di cervelli, prima bisognerebbe che ci fossero i cervelli, prima di fuggire. Secondo, ma gente che vive così non arriva ai 30 anni in modo cosciente, e le autorità istituzionali difendono in modo assolutamente astratto un concetto di libertà che è quello che ha rovinato il mondo. L'impegno a farsi  responsabilmente promotori di una proposta, è una cosa impegnativa, come fare il padre e la madre. Fare il padre e la madre è molto di più che avere un certo feeling psicologico con i figli: siamo amicissimi dei nostri figli, facciamo molto insieme, ma il rapporto è spesso rivolto ad un aspetto immediato, il mio papà che lavorava 20 ore al giorno, perché eravamo in tanti, non sapeva neanche cos'era la psicologia dell'età evolutiva, faceva quel che poteva, qualche sberla la dava. La disciplina è una valore essenziale e aiutare i giovani a capire che ci sono delle regole che devono essere seguite, è essenziale, perché senza di questo anche la proposta più strabiliante che fai non attecchisce. Due settimane fa è morto un prete per strada, in bicicletta, stava andando in una strada senza pista ciclabile con un gruppo di parrocchiani, si è accorto di aver sbagliato strada e ha voltato improvvisamente la bici andando contromano; è stato massacrato da un'auto e una moto. Sono rimasto frastornato per aver perso un prete, un aiuto prezioso per un'imprudenza, poi  un suo compagno mi ha detto che passava spesso con il rosso, in una rotonda non entrava dalla parte giusta, ma da sinistra perché ci metteva meno tempo. Quando rischiava di essere investito si arrabbiava con  gli altri che non lo lasciavano passare: quello era un uomo a cui nessuno ha insegnato che la disciplina è una cosa essenziale, per cui è morto per un'assenza di disciplina; non lo faccio in modo moralistico, ma lo faccio per dire  che ai vostri ragazzi, figli o alunni, dovete dare  il senso che i valori si acquistano sempre anche con sacrificio e che la disciplina è un aspetto del sacrificio, non è un fine a se stessa, non è un ideale, la disciplina è essenziale per interiorizzare sul piano esistenziale, la propria proposta di vita. Dei bambini che crescono senza disciplina, non è detto che crescano: crescere vuol dire assimilare una proposta in modo personale.

 

In materia di difesa della vita c'è veramente un'emergenza educativa, per gli adulti e i giovani, anche con mancanza di conoscenze scientifiche adeguate. L' avvocato Amato, che ha tenuto  una conferenza qui ad Inverigo, ha detto che la Chiesa è silente anche per ragioni economiche. Inviterei  chi ha posizioni alte nella Chiesa a fare un'azione più incisiva su questi temi di base e fondamentali.

Io faccio quello che posso e faccio anche molto, ma io guido una diocesi, quello che lei ha detto nella mia diocesi non esiste, per cui non mi sento colpito da questo intervento, mi sento confermato a continuare . Non posso parlare per tutte le diocesi italiane, se i vescovi hanno a cura la dottrina sociale della Chiesa, non c'è bisogno di molto altro. La CEI ha una segreteria, una presidenza, credo che sia lì che lei debba fare questo tipo di intervento. Se lei viene  a Ferrara , vede queste cose ad abundantiam, abbiamo fatto per esempio, in un uggioso  pomeriggio dell'inverno scorso, una conferenza col prof. Pessina sulle cellule staminali, con un centinaia di persone, per contestare l'università che aveva chiamato a tenere il Dies academicus, la senatrice a vita  di cui non ricordo il cognome, che ha fatto dello studio e della manipolazione delle cellule staminali embrionali un cavallo di battaglia. Se la Chiesa ha motivi agisce se ha motivi, se non li ha non agisce; uno che non fa perché non sa, è uno che non ha voluto sapere, perché basta risalire al magistero della Chiesa, all'Evangelium vitae. Si potrebbero rendere più agevoli gli strumenti?  Senz'altro. Certo, io vado avanti tranquillo anche se la CEI non fa gli strumenti, me li faccio io. Lei mi ha posto un problema che ha una sua generalità e quindi credo vada risolto a livello generale. 

 

Inverigo, 2014

 

 

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