Maurizio Riboni

Maurizio Riboni

Kattolico.

Riporto in questo sito importanti testimonianze di persone cattoliche.

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Aimone

Wednesday, 11 February 2015 21:44 Published in Articoli Kattolici

13.XII.97 - REZZAGO
Ore 23,16 - Chissà perchè quando sto adorando Te, o Signore, il tempo non mi pesa.
Ti dirò, anzi, che starei a guardarti per ore e ore senza stancarmi...

Gianfranco Amato

Wednesday, 11 February 2015 21:45 Published in Articoli Kattolici

"Mi denuncio: sono omofobo e pronto ad andare in galera"

L'avvocato Giuliano Amato notifica una diffida al governo: "Ritiri subito il progetto alla Goebbels gestito da gay, lesbiche e trans. Stop ai fascicoli che “rieducano” docenti e bidelli"

Stefano Lorenzetto  - Dom, 16/02/2014 - 08:00

Gli alunni devono portarsi da casa la carta igienica perché mancano i soldi, ma la Presidenza del Consiglio dei ministri, attraverso l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha deciso che fosse prioritario fornire alle scuole di ogni ordine e grado «gli strumenti per approfondire le varie tematiche legate all'omosessualità». Primo strumento: «I rapporti sessuali omosessuali sono naturali? Sì». Purtroppo però «un pregiudizio diffuso nei Paesi di natura fortemente religiosa è che il sesso vada fatto solo per avere bambini».

Quindi i signori docenti sono invitati a porre agli allievi un'altra domanda: «I rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?». Secondo strumento: «Nell'elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”». L'obiettivo è che maestre e professori possano «essi stessi diventare “educatori dell'omofobia”». A Palazzo Chigi, già poco ferrati nell'aritmetica dei conti pubblici, devono essere assai scarsi anche in italiano. C'è scritto questo e molto altro nei tre opuscoli intitolati Educare alla diversità a scuola commissionati dal Dipartimento per le Pari opportunità all'Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale, con sedi a Roma e Caserta, destinati alle scuole primarie e secondarie per dare concreta attuazione alla Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. Quando Gianfranco Amato, 52 anni, avvocato di Varese, ha letto le linee guida che il governo intende perseguire nel triennio 2013-2015 sotto l'egida del Consiglio d'Europa, non credeva ai propri occhi. Non solo perché la gestione del progetto risulta affidata al Gruppo nazionale di lavoro Lgbt (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali e transgender), «formato da 29 associazioni tutte e solo di quella sponda, come Arcigay, Arcilesbica e Movimento identità transessuale», ma anche perché ha scoperto che in Italia è stata creata a sua insaputa una forza speciale per mettere in riga gli omofobi: «Si chiama Oscad, cioè Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, ed è composto da polizia e carabinieri. La sigla ricorda l'Ovra fascista. Ormai siamo a uno zelo da far invidia al Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda di quel malefico genio dell'indottrinamento di Stato che fu Joseph Goebbels».

Ecco perché l'avvocato Amato ha notificato un atto di diffida stragiudiziale al Dipartimento delle Pari opportunità, all'Unar, al ministero dell'Istruzione e ai 122 Uffici scolastici regionali e provinciali. «Guai a loro se adotteranno atti o provvedimenti che diano seguito alla Strategia nazionale del governo. Quell'arbitrario documento dev'essere solo annullato». Il legale non ha agito a titolo personale, bensì come presidente dei Giuristi per la vita, un'associazione che ha sede a Roma. Ne fanno parte una quarantina di cultori delle scienze giuridiche, fra cui magistrati come Francesco Mario Agnoli, presidente aggiunto onorario della Cassazione, e Giacomo Rocchi, consigliere della prima sezione penale della medesima Corte suprema.
«Non c'interessa il dialogo sui massimi sistemi, siamo una task force operativa molto agguerrita», spiega Amato, sposato, tre figli, rappresentante per l'Italia di Advocates international e collaboratore dell'Alliance defense fund, formata da legali che si occupano di cause riguardanti la libertà religiosa e la bioetica. «Ci autofinanziamo per offrire patrocinio gratuito a docenti e medici nei guai con la giustizia per motivi di coscienza».

Le maestre finiscono in tribunale?
«Agli italiani è sfuggito che il 19 settembre la Camera ha approvato il disegno legislativo promosso da Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, gay dichiarato. Presto andrà in aula al Senato e diventerà legge dello Stato. Quando ne ho illustrato i contenuti a un amico imprenditore e a sua moglie, non volevano crederci: “Tu esageri sempre”. Allora ho capito come si arrivò ai campi di sterminio: grazie all'ignoranza dei tedeschi. Tant'è che mi sono sentito in obbligo di scriverci un libro, Omofobia o eterofobia? Perché opporsi a una legge ingiusta e liberticida, edito da Fede & Cultura, che sta andando a ruba con il passaparola».
Legge liberticida?
«Hanno inventato l'emergenza omofobia per avviare una persecuzione contro chi non la pensa come loro. Il Pew research center di Washington, presieduto da Allan Murray, ex vicedirettore del Wall Street Journal, ha pubblicato uno studio mondiale sull'atteggiamento verso l'omosessualità. L'Italia è fra le 10 nazioni più amichevoli con i gay, per i quali il 74 per cento della popolazione non prova alcuna ostilità. Siamo appena un gradino sotto la civilissima Gran Bretagna. Ma poi, scusi, servono le statistiche? Puglia e Sicilia non hanno forse eletto due governatori omosessuali?».
Allora perché è stata varata la Strategia nazionale contro l'omofobia?
«Me lo dica lei. Il piano del governo prevede corsi di formazione obbligatoria sui diritti Lgbt non solo per docenti e alunni ma anche per bidelli e personale di segreteria. E che cosa vorrà dire l'impegno a “favorire l'empowerment delle persone Lgbt nelle scuole”? E il “diversity management per i docenti”? Lo chiedo ai cattolici che siedono nel governo, come Gabriele Toccafondi, sottosegretario all'Istruzione, e Maurizio Lupi e Mario Mauro, ministri ciellini».
A che serve l'Oscad?
«Già, a che serve una sorta di polizia speciale? A me risulta, proprio dai dati dell'Oscad, che dal 2010 a oggi siano pervenute appena 83 segnalazioni per offese, aggressioni, lesioni, danneggiamenti, minacce e suicidi relativi all'orientamento sessuale. Una media di 28 casi l'anno, 1 ogni 2 milioni di abitanti. E questa sarebbe un'emergenza nazionale?».
Stando agli opuscoli dell'Unar, gli insegnanti delle scuole sono tenuti a «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa» giacché «tale punto di vista può tradursi nell'assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà».
«Sposare una donna: inaudito! Aveva visto giusto Gilbert Chesterton: spade dovranno essere sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d'estate e che 2 più 2 fa 4. Siamo giunti a un livello tale di relativismo da far impazzire la ragione. Non si riconosce più la natura. È la teoria del gender: i ragazzi non sono maschi o femmine per un dato biologico, ma a seconda di come sentono di essere».
Insegnare che «maschio e femmina Dio li creò», come sta scritto nella Bibbia, diventerà reato?
«La strada è quella, tracciata dall'Unar nelle Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone Lgbt, dove i credenti vengono biasimati perché descrivono “le unioni tra persone dello stesso sesso come una minaccia alla famiglia tradizionale, come contro natura e come sterili, infeconde”. Nei libretti destinati ai maestri, l'Unar denuncia che “il grado di religiosità” è “da tenere in considerazione nel delineare il ritratto di un individuo omofobo” e che “maggiore risulta il grado di cieca credenza nei precetti religiosi, maggiore sarà la probabilità che un individuo abbia un'attitudine omofoba”. Ed emette la condanna finale: “Per essere più chiari, vi è un modello omofobo di tipo religioso, che considera l'omosessualità un peccato”».
Perché la Presidenza del Consiglio ha affidato tutte le pubblicazioni dell'Unar all'Istituto A.T. Beck?
«È quello che stiamo cercando di scoprire. C'è stata una regolare gara d'appalto? Chi vi ha partecipato? Al vincitore quanti soldi sono andati? Quali competenze ha questo istituto? Perché il Dipartimento delle Pari opportunità ne ha sposato in toto le tesi come se fossero le uniche possibili? Si saranno accorti, a Palazzo Chigi, che nelle linee-guida per i licei viene assegnato il compitino di aritmetica antiomofobico di Rosa che compra tre lattine di tè con i suoi papà, copiato pari pari dal fascicolo per la scuola primaria? Non molto scientifico, come lavoro».
Di Antonella Montano, direttrice dell'Istituto A.T. Beck, che cosa può dirmi?
«Poco. Se non che il suo libro Mogli, amanti, madri lesbiche è stato presentato da Paola Concia, l'ex deputata del Pd firmataria di un progetto di legge contro l'omofobia bocciato dal Parlamento».
In compenso è passato quello del collega Scalfarotto.
«Testo inutile e pericoloso. Già l'articolo 3 della Costituzione sancisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. Non possono esservi cittadini più uguali di altri, come certi animali della Fattoria di George Orwell. Per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico s'introduce un reato senza definirne il presupposto. Che cos'è l'omofobia? Non esiste una definizione scientifica, né leggi o sentenze che lo stabiliscano. Poiché non è una malattia riconosciuta dall'Oms, come la claustrofobia o l'agorafobia, verrà lasciata alla libera interpretazione dei magistrati. Tipico degli Stati totalitari. Mi ricorda il reato di “attività antisocialista” nell'Urss: nessuno sapeva in che cosa consistesse, però ti faceva finire nei gulag».
Non starà davvero esagerando?
«In uno Stato liberale il cittadino sa preventivamente quali saranno le conseguenze dei suoi comportamenti. Il nostro diritto penale sanziona i fatti, non i motivi. Io rubo? Viene punito il furto. Che abbia rubato per fame - ecco un motivo - può servire al massimo per graduare la pena. Invece la legge Scalfarotto punisce i motivi. E crea una categoria privilegiata di soggetti che diventano meritevoli di tutela giuridica per il solo fatto di avere un certo orientamento sessuale».
Ho capito: la legge non le piace.
«Passato il principio secondo cui una categoria è stata discriminata, lo Stato dovrà dotarsi di sistemi riparativi e compensativi. È già successo con gli afroamericani negli Usa. Arriveremo alle quote viola, su calco di quelle rosa. Chi si dichiara gay avrà diritto a un posto di lavoro e a un alloggio. Non avendo il giudice strumenti per accertare l'omosessualità, basterà un'autocertificazione».
La legge Scalfarotto non lo prevede.
«La legge Scalfarotto non prevede nulla, qui sta l'inganno più subdolo. Punisce l'omofobia in base a un'altra legge, la Reale-Mancino, che fu promulgata per combattere l'ideologia nazifascista, il razzismo, l'antisemitismo. Con i gay parificati ai neri e agli ebrei, dire che un uomo non può sposare un altro uomo equivarrà a dire che va impedito il matrimonio fra l'uomo bianco e la donna nera».
Conseguenze penali?
«Terribili. Per una dichiarazione omofoba la legge mi punisce con 1 anno e 6 mesi di reclusione. Che diventano 4 anni se la faccio come associazione e addirittura 6 se ho una carica direttiva nella medesima. Con l'obbligo per lo Stato di procedere d'ufficio anche nel caso in cui il gay che ho offeso decidesse di perdonarmi o di ritirare la querela per evitare lo strepitus fori, cioè la pubblicità negativa».
Papa, vescovi e preti sono candidati alla galera, visto che il catechismo, al paragrafo 2.357, presenta le relazioni gay «come gravi depravazioni», dichiara che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» perché «precludono il dono della vita», decretando che «in nessun caso possono essere approvati».
«Sta già accadendo a tanti cristiani in giro per l'Europa. Tony Miano, 49 anni, statunitense, ex vicesceriffo della contea di Los Angeles che oggi fa il predicatore di strada, è stato arrestato lo scorso 1° luglio a Wimbledon, in Inghilterra, perché commentava davanti a un centro commerciale il capitolo 4 della prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, quella che invita ad astenersi dall'impudicizia. Ho letto il verbale dell'interrogatorio: allucinante, sembra un resoconto tratto dagli Acta Martyrum. E per fortuna che il poveretto non aveva osato proclamare in pubblico la prima Lettera ai Corinti, quella in cui San Paolo dice che “né effeminati, né sodomiti erediteranno il regno di Dio”».
Come presidente dei Giuristi per la vita, passerà 6 anni in cella anche lei.
«Se essere omofobo significa considerare l'omosessualità un peccato, ritenere che il sesso debba essere aperto alla trasmissione della vita, credere nei precetti della Chiesa, allora mi autodenuncio: dichiaro pubblicamente e con orgoglio ai funzionari dell'Unar di essere un omofobo. Mandino nel mio studio gli agenti dell'Oscad ad arrestarmi. Li aspetto».
(689. Continua)

Padre Mario Rusconi

Wednesday, 11 February 2015 21:42 Published in Articoli Kattolici

LA PACE DELL’ANIMA     -    Padre Jean Nicolas Grou, s.j.

Marco Invernizzi

Wednesday, 11 February 2015 21:41 Published in Articoli Kattolici

PAPA FRANCESCO, OMOSESSUALITA' E OMOFOBIA

Sono contradditori quei cattolici che condividono la premessa dell'attivismo gay, ma non ne accettano le conseguenze


di Roberto Marchesini e Marco Invernizzi

In questi giorni, soprattutto nella rete informatica, si dibatte e si discute sulla prossima legge contro l'omofobia. Quello che colpisce è l'assoluta contraddittorietà della posizione di molti cattolici: condividono la premessa fondamentale dell'attivismo gay, ma non vogliono accettarne le conseguenze.
Qual è questa premessa fondamentale?
Quando si parla di omosessualità la questione è una sola; da questa discendono tutte le altre. La domanda è: l'omosessualità è una natura, una essenza, si nasce così, Dio ha voluto che alcune persone avessero questa "cosa"? Oppure è un disordine oggettivo, è accidente e non sostanza, non appartiene alla natura umana?
Questa è la domanda fondamentale alla quale si aggrappa ogni altro discorso.
Perché se l'omosessualità è naturale, se si nasce così, se alcune persone "sono" nella propria natura omosessuali, allora hanno ragione i gay. Non ha senso imporre a queste persone una croce per una tendenza assolutamente naturale; non ha senso tentare di cambiare la loro natura; non ha senso ostacolare le loro unioni, anche se la società (o il moralismo) dovesse pagare un prezzo. Non ha senso impedire loro di adottare e concepire figli. Se così è, se l'omosessualità è una essenza, allora la Bibbia sbaglia a considerare gli atti omosessuali una grave depravazione; allora è sbagliato anche il Magistero, e la Chiesa deve chiedere perdono e vergognarsi per le gravi sofferenze che inutilmente ed erroneamente ha imposto a queste persone. Ma se la Bibbia si è sbagliata, se il Magistero si è sbagliato, allora il cattolicesimo non è la religione voluta da Dio, è solo una morale, una filosofia, una credenza sbagliata, e ciò che è sbagliato merita di scomparire dalla faccia della terra.
Se l'omosessualità è una natura, una essenza, allora è giusto militare per i diritti di queste persone. Ed è giusta anche la legge contro l'omofobia: bisogna vietare che un'idea sbagliata, e dolorosa, continui a circolare.
Se invece l'omosessualità è un disordine oggettivo, se non si nasce così, se non fa parte del progetto di Dio per gli uomini, allora tutto cambia. Da un disordine non possono discendere dei diritti; non è giusto far tacere chi denuncia l'errore con apposite leggi; è giusto che chi desidera uscire da questo disordine abbia la possibilità di farlo.
È bene ricordarlo: il matrimonio gay, l'omogenitorialità, la legge contro l'omofobia, non sono obiettivi del movimento gay. Sono strumenti, mezzi. L'obiettivo è quello di ottenere un cambiamento nella mentalità comune. Ciò che i gay vogliono è che le persone siano convinte che l'omosessualità sia una natura, una essenza, e non un disordine oggettivo.
I militanti omosessualisti lo affermano esplicitamente.
Ricordiamo ad esempio quanto scrive lo storico del movimento gay in Italia, Gianni Rossi Barilli (Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212):
«Si apre un pubblico dibattito sulle unioni civili, che sempre più diventano la questione prioritaria nell'agenda dell'Arcigay. E questo non accade perché migliaia di coppie omo scalmanate diano l'assedio al quartier generale per poter coronare il loro sogno d'amore. Anzi, il numero delle coppie disposte a impegnarsi per avere il riconoscimento legale è addirittura trascurabile [...]. Ma il punto vero è che le unioni civili sono un obiettivo simbolico formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell'identità gay e lesbica attraverso una battaglia di libertà come quelle sul divorzio o sull'aborto, che dispone di argomenti semplici e convincenti: primo fra tutti la proclamazione di un modello normativo di omosessualità risolto e rassicurante. Con la torta nel forno e le tendine alle finestre, come l'ha definito una voce maligna. Il messaggio è più o meno il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili ed equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia. Con questo look "affettivo" non esente da rischi di perbenismo si fa appello ai sentimenti più profondi della nazione e si vede a portata di mano il traguardo della normalità».
Lo spiega, in modo esplicito e sintetico, Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, parlando addirittura di «matrimonio» gay (C. SABELLI FIORETTI intervista F. GRILLINI, Gay. Molti modi per dire ti amo, Aliberti, Reggio Emilia 2007, pp. 11-12):
"Sabelli Fioretti: Ma perché volete sposarvi?
Grillini: Intanto è una questione di principio. I cittadini omosessuali devono essere considerati alla stregua di qualunque altro cittadino e quindi devono avere gli stessi diritti. Gli eterosessuali hanno il diritto di sposarsi. Perché gli omosessuali no?
La questione di principio l'ho capita. Ma mi chiedo perché abbiate questo desiderio. Un desiderio che negli eterosessuali va scemando...
L'esistenza di una legge che consenta alle persone omosessuali di accedere all'istituto del matrimonio o agli istituti equivalenti non implica l'obbligo di usarla. Basta che ci sia. Se poi uno vuole la usa, se non vuole non la usa. L'esistenza di un diritto non obbliga di avvalersi di questo diritto.
Come l'aborto.
Bravissimo! È esattamente come l'aborto. Nessuno è obbligato ad abortire. Però deve esserci la libertà di farlo. Una legge ha solo il compito di garantire un diritto ma è anche un fatto educativo. Se esiste una legge che consente agli omosessuali di sposarsi o di accedere a un istituto simile è ovvio che diventa un fatto culturale perché si riconosce nei fatti l'esistenza delle persone omosessuali e si garantisce dignità alle persone omosessuali, anche a quelle che non si sposano, anche a quelle che non utilizzano i Pacs o i Dico. Insomma, la battaglia è rilevante prima di tutto sul piano simbolico, dell'uguaglianza, dell'equità".
È insensato, stupido e temerario opporsi alla legge contro l'omofobia, ai matrimoni omosessuali, all'omogenitorialità se si condivide la premessa fondamentale dell'attivismo omosessualista.
Ora il Papa, tornando dal Brasile, in una risposta a un giornalista ha ricordato il dovere dei cristiani di accogliere gli omosessuali e di non giudicarli, come spiega anche il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Molti hanno esultato, forse dimenticando che da anni il Catechismo impone questa accoglienza. Infatti chi accoglie gli omosessuali senza sfruttarli sono proprio coloro che non li giudicano per la loro diversità, ma chiamano per nome il loro dolore, la loro "croce", e li aiutano a portarla indicando loro la possibilità di uscire dal loro disagio.
Ma la medaglia dell'accoglienza ha anche un'altra faccia: il riconoscimento che questa croce è la conseguenza di una tendenza disordinata. Perché delle due l'una: o il disagio è reale e si può portare come una "croce", chiedendo a Dio la Grazia per sopportarlo, oppure è una tendenza normale e allora hanno ragione i movimenti gay. Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica, nello stesso paragrafo, il 2358, afferma che l'omosessualità è una «inclinazione, oggettivamente disordinata». Perché se così non fosse allora non ci sarebbe neppure bisogno di un'accoglienza particolare. E, d'altra parte, se ci fosse solo il giudizio senza l'accoglienza, il cristianesimo sarebbe ridotto a una dottrina che giudica, ma non sa e non prova neppure a guarire la persona bisognosa.
Papa Francesco ha fatto benissimo a non cadere nella trappola dei giornali laicisti che vorrebbero inchiodare i cattolici come cattivi perché nemici dei gay, ricordando che, proprio a norma di Catechismo, i cattolici sono tenuti ad accoglierli come persone che subiscono una tendenza disordinata, e di fatto li aiutano come nessuno fa. Sarebbe auspicabile che noi cattolici ci ricordassimo di rileggere tutto il paragrafo del Catechismo:
"Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione".

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/08/2013

Pubblicato su BastaBugie n. 309

Papa Benedetto XVI

Wednesday, 11 February 2015 21:34 Published in Articoli Kattolici

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI  A MÜNCHEN, ALTÖTTING E REGENSBURG
 (9-14 SETTEMBRE 2006)

INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI DELLA SCIENZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aula Magna dell’Università di Regensburg
 Martedì, 12 settembre 2006

 

Fede, ragione e università.
 Ricordi e riflessioni.

  

Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella  sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".[3] L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"[4]

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.[7]

A questo puntosi apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso.[8] Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo.[9] Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr  Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora Paolo „λογικη λατρεία“ – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).[10]

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente  purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.[11]

La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento[12] e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.

Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.

Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

 Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno".[13] L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.


  

[1] Dei complessivamente 26 colloqui (διάλεξις– Khoury traduce: controversia) del dialogo („Entretien“), Th. Khoury ha pubblicato la 7 ma „controversia“ con delle note e un'ampia introduzione sull'origine del testo, sulla tradizione manoscritta e sulla struttura del dialogo, insieme con brevi riassunti delle „controversie“ non edite; al testo greco è unita una traduzione francese: Manuel II Paléologue, Entretiens avec un Musulman. 7 e Controverse. Sources chrétiennes n. 115, Parigi 1966. Nel frattempo, Karl Förstel ha pubblicato nel Corpus Islamico-Christianum (Series Graeca. Redazione A. Th. Khoury – R. Glei) un'edizione commentata greco-tedesca del testo: Manuel II. Palaiologus, Dialoge mit einem Muslim, 3 volumi, Würzburg – Altenberge 1993 – 1996. Già nel 1966, E. Trapp aveva pubblicato il testo greco con una introduzione come vol. II dei „Wiener byzantinische Studien“. Citerò in seguito secondo Khoury.

[2] Sull'origine e sulla redazione del dialogo cfr Khoury pp. 22-29; ampi commenti a questo riguardo anche nelle edizioni di Förstel e Trapp. 

[3] Controversia VII 2c: Khoury, pp. 142-143; Förstel, vol. I, VII. Dialog 1.5, pp. 240-241. Questa citazione, nel mondo musulmano, è stata presa purtroppo come espressione  della mia posizione personale, suscitando così una comprensibile indignazione. Spero che il lettore del mio testo possa capire immediatamente che questa frase non esprime la mia valutazione personale di fronte al Corano, verso il quale ho il rispetto che è dovuto al libro sacro di una grande religione. Citando il testo dell'imperatore Manuele II intendevo unicamente evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione. In questo punto sono d'accordo con Manuele II, senza però far mia la sua polemica. 

[4] Controversia VII 3b – c: Khoury, pp. 144-145; Förstel Bd. I, VII. Dialog 1.6  pp. 240-243.

[5] Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest'affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni.  

[6]Cfr Khoury, op. cit.,  p. 144, nota 1.

[7]R. Arnaldez, Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordoue. Parigi 1956 p. 13; cfr Khoury p. 144. Il fatto che nella teologia del tardo Medioevo esistano posizioni paragonabili apparirà nell'ulteriore sviluppo del mio discorso.

[8] Per l'interpretazione ampiamente discussa dell'episodio del roveto ardente vorrei rimandare al mio libro "Einführung in das Christentum" (Monaco 1968), pp. 84-102. Penso che le mie affermazioni in quel libro, nonostante l'ulteriore sviluppo della discussione, restino tuttora valide.

[9]Cfr. A. Schenker, L’Écriture sainte subsiste en plusieurs formes canoniques simultanées, in: L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Atti del Simposio promosso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Città del Vaticano 2001, p. 178-186.

[10] Su questo argomento mi sono espresso più dettagliatamente nel mio libro "Der Geist der Liturgie. Eine Einführung", Friburgo 2000, pp. 38-42.

[11] Della vasta letteratura sul tema della deellenizzazione vorrei menzionare innanzitutto: A Grillmeier, Hellenisierung – Judaisierung des Christentums als Deuteprinzipien der Geschichte des kirchlichen Dogmas, in: Id., Mit ihm und in ihm. Christologische Forschungen und Perspektiven. Freiburg 1975 pp. 423-488.

[12] Nuovamente pubblicata e commentata da Heino Sonnemanns: Joseph Ratzinger – Benedikt XVI., Der Gott des Glaubens und der Gott der Philosophen. Ein Beitrag zum Problem der theologia naturalis. Johannes-Verlag Leutesdorf, 2. ergänzte Auflage 2005.

[13] 90 c-d. Per questo testo cfr anche R. Guardini, Der Tod des Sokrates. Mainz-Paderborn 1987 5, pp. 218-221.

 

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Mons.Luigi Negri

Wednesday, 11 February 2015 21:27 Published in Articoli Kattolici

Ieri ho riaperto e consacrato una delle più belle e antiche chiese di Ferrara che è dedicata a S.Chiara, sono 4 o 5  le chiese che ho potuto riaprire, a fronte delle quasi 250 che sono ancora chiuse. La nostra Diocesi vive l'amarezza di essere stata espropriata del luogo tipico della comunità che è la chiesa, ma , a parte la bellezza, mi ha colpito un enorme quadro di S.Carlo, un santo famosissimo a Ferrara, perché è stato anche un abilissimo stratega per diffondere la Riforma del Concilio di Trento, a cui partecipò in maniera viva e attiva. Fece diventare vescovi due suoi amici: monsignor Sormani, della famosissima famiglia dei Sormani, che finì nel Montefeltro, e l'altro, Fontana, che finì a Ferrara.
Parto da San Carlo perché è a lui che intitolata la vostra scuola: San Carlo è stato un pastore di straordinaria capacità: a Milano ha trovato una Chiesa praticamente distrutta, in una diocesi che era molto più ampia dell'attuale, che egli percorse a dorso di mulo, nella maggior parte dei casi, facendo 5 visite pastorali. Quando arrivò si accorse di un'assoluta mancanza di cultura ed educazione cristiana, identificò allora una parte fondamentale della sua missione nel far nascere, nelle parrocchie, scuole di dottrina cristiana, Quando arrivò ce n'erano 5, quando lasciò, per morte, la diocesi di Milano, ce n'erano 750, create sotto il suo impulso. Ma per far nascere queste scuole non poté far appello ai preti, che erano pochi e malpreparati, molti dei pochissimi sapevano a malapena la formula della consacrazione e dell'assoluzione. Egli scrisse un messaggio a tutti i padri e le madri di famiglia, incaricandoli di essere, insieme a lui, i maestri della dottrina cristiana.
Sono partito da qui per dire una cosa fondamentale sull'educazione: la preoccupazione educativa non è che i ragazzi conoscano alcuni aspetti della realtà, che pure devono conoscere, l'educazione richiama la cultura, il problema dell'uomo e del suo destino.
La cultura è “il modo dell'essere e dell'esistere dell'uomo”, disse il Beato Giovanni Paolo II nell'intervento formidabile del luglio 1980 all' Unesco di Parigi. L'uomo fa cultura perché è uomo, fa cultura perché tende a conoscere il senso profondo della sua vita e quindi del mondo, perché quando l'uomo ha un problema, è l'unico essere che trascina nel suo problema tutto l'universo: la cultura è l'impegno caratteristico dell'uomo a conoscere il senso della sua vita. E' un cammino verso un “oltre”, perché l'uomo, quando dice IO non dice un possesso, non dice “sono a posto”, ma apre una questione, apre un disagio, una scontentezza fondamentale: non sa chi è, non sa da dove viene, non sa dove va.
La cultura nasce dal tentativo che l'uomo assume di fronte a se stesso e di fronte alla realtà di percorrere il sentiero che va da sé verso quella realtà misteriosa, ma incombente, che l'uomo non conosce adeguatamente ma di cui intuisce l'esistenza. Quest'uomo  può non saper leggere né scrivere, ma può essere fattore di cultura, viceversa si può saper leggere e scrivere ma non essere impegnato a questo livello, per cui  la cultura, che si ha o che si insegna, finisce per non avere l'aggancio diretto con la realtà.
L'aggancio diretto si ha non per cosa si insegna, ma perché viene insegnato in un certo modo, il modo in cui un insegnante insegna, in cui un padre e una madre si rapportano con i  figli in certe circostanze concrete della vita quotidiana. La questione è il destino dell'uomo. La modalità specifica con la quale l'uomo è chiamato ad affrontare il problema del suo destino, si chiama cultura, cioè impegno dell'uomo con se stesso e manifestazione dei punti di verità che in questo impegno vengono a galla, attraverso l'uso di quello strumento straordinario e irriducibile che è la ragione. La ragione cerca il mistero, non c'è opposizione tra ragione e mistero, l'opposizione è ideologica, è falsa, l'uomo moderno è colui che ha posto un'inimicizia radicale tra la ragione e il mistero, così afferma il grande filosofo e teologo Romano Guardini nel suo libretto “ La fine dell'epoca moderna”.
Siamo chiamati  in causa tutti: primo a camminare per l'acquisizione di una nostra cultura personale e poi, nella misura in cui l'abbiamo assunta, personalizzata, resa esperienza di vita, resa conoscenza, resa amore, resa impeto, abbiamo il problema di comunicarla, perché ciò che è vero deve essere comunicato. Ciò che è buono deve essere comunicato, il bene è per sua natura qualcosa che non si può tenere per sé, perché tende inevitabilmente a diffondersi. In questo senso da mio papà, che ha fatto la quinta elementare, ho imparato la cultura più da tutti i maestri che ho incontrato dopo, che hanno avuto il ruolo importante di svolgere criticamente tutto ciò che avevo già ricevuto nell'impatto quotidiano con mio papà e mia mamma. Il soggetto della cultura non è l'insegnante, non è il prete, non è l'esperto, non è il ministro della Pubblica Istruzione...“ Deus avertat!” Dio ci scampi! Il soggetto della cultura è l'uomo nella sua umanità. Perciò è una sfida che la realtà ti lancia, su di te, sul tuo destino: tu perché vivi? Perché vivi?
E' per questa cultura di fondo che accetti il sacrificio, l'impegno del matrimonio,  la fatica di andare al lavoro: c'è qualcosa di prima, la cultura ci fa affondare in questo “prima” da cui dipende tutto il resto. Quando ho sentito Mons. Giussani formulare la cultura in questi termini, e poi quando l'abbiamo sentita insieme riformulata con potenza, con precisione, con afflato dal Beato Giovanni Paolo II , noi ci siamo sentiti restituiti la nostra umanità, perché soltanto quando l'uomo viene provocato ad assumere responsabilmente  il problema del proprio destino, a maturarlo, a crescerlo, e quindi a comunicarlo, è solo così che l'uomo è visto nella sua umanità, altrimenti è considerato per un aspetto: l'insegnante, il politico, l'esperto, il giornalista. Ciascuno di voi che è qui, ha una condizione in cui vive o competenze che ha acquisito, o un  servizio che può dare, ( l'insegnante non è uguale al padre e alla madre, il politico non è uguale all'insegnante), ma per tutti la prima osservazione fondamentale è che la cultura  non è un problema  di specializzazione, la cultura è un problema di verità. Ci fu un bellissimo meeting dei primi anni in cui partecipò il Card. Biffi di Bologna, il tema globalmente era “ La cultura e la specializzazione” , quello affrontato da lui fu “Morte per specializzazione”.  La specializzazione è quando l'uomo carica di valore assoluto i particolari e allora muore l'uomo, il particolare è la ricerca tecno-scientifica, che è una grande ideologia dei nostri giorni, più credibile e persuasiva delle grandi ideologie totalitarie, che fortunatamente sono morte, ma solo dopo aver massacrato  milioni di uomini. Varrà bene la pena che anche noi, soprattutto noi cattolici, pensiamo bene  alla storia del XX secolo: la grandi ideologie totalitarie nascono dall' affermazione che la cultura è il potere dell'uomo. Hanno prodotto non solo la Shoah ma i campi di concentramento, di sterminio, le guerre mondiali, 15 milioni di morti la prima, 50 milioni la seconda: non si può celebrare il centenario della prima guerra mondiale senza citare che essa è stata il primo grande tentativo di modificare l'assetto culturale, sociale, politico dell'Europa. Sei tu che  devi far cultura , la fai perché vivi, perché accetti tutta la densità problematica dell'uomo. E ti chiedi “io chi sono?”. Quest'espressione leopardiana che  don Giussani andava a pescare tutte le volte che parlava in Cattolica, riassume  la prima  osservazione: il problema dell'educazione implica non  quello che tu sai ma quello che tu sei. Quello che tu sai arricchisce, sviluppa, rende creativi, comunica in maniera adeguata, forma le capacità della persona  che educhi, svolgendone alcune dimensioni fondamentali. L' esigenza prima a cui, soprattutto in campo scolastico, risponde, è a conoscere la realtà, tendenzialmente in tutti i suoi fattori. Ecco perché, secondo l'espressione intelligente e lucidissima di Giovanni Gentile, l'unico ministro della Pubblica Istruzione degno di essere ricordato negli ultimi 150 anni, alle scuole elementari cosa si fa? Si impara a leggere, a scrivere, a far di conto. Quando si è imparato questo si incomincia il cammino della socializzazione che finisce anche a fare l'ingegneria aerospaziale. La cultura non è che tu fai l'ingegnere aerospaziale, ma il motivo per cui tu ha deciso di farlo. Capisci che in quel particolare specifico tu compi la tua cultura, la esprimi adeguatamente, è la cultura che ti sei fatto nella specializzazione, ti consente di servire il popolo, perché l'educazione è un servizio alla libertà e al destino del popolo. La cultura è l'impegno della nostra vita, con la nostra vita, per la nostra vita.
Il soggetto dell'educazione poi è uno e vario, la Chiesa dice che, con buona pace dei parroci e dei vescovi, il primo soggetto dell'educazione è la famiglia. Il che significherà che se la famiglia andrà in crisi, a causa degli attacchi anticristiani, anche da tanti traditori cristiani, non si potranno cercare scorciatoie sostituendo una realtà che non è sostituibile. Ecco perché una scuola  come la vostra ha anche il problema di integrare le famiglie, non tutte ma quelle che ci stanno, di consentire, attraverso la testimonianza educativa  che noi diamo a questi adulti, che devono riprendere fra le mani la loro funzione educativa, e possono riprenderla nella misura in cui approfondiscono la loro identità di famiglia e quindi rivedono la loro missione di famiglia. E' la famiglia, in nesso organico alla Chiesa, che chiede questo diritto, non in vece della famiglia ma accanto  alla famiglia, la responsabilità di educare cristianamente a quella vita nuova che Dio dona al mondo, all'uomo, nel mistero di Cristo morto e risorto, e che accade nella misura in cui una persona entra a far parte del popolo di Dio. Un popolo  in cui il Signore, crocifisso e risorto è presente realmente, fonte della parola, fonte dei sacramenti, forma della carità del popolo: questa vita nuova ha bisogno di essere educata, altrimenti  la fede rimane nei sottofondi della coscienza e del cuore, non arriva al livello in cui l'uomo mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore. Ecco perché una Chiesa che non educa è infedele alla sua identità: San Giovanni XXIII stupì il mondo con la sua prima enciclica, Mater et magistra, sottolineando che una che una Chiesa madre non può essere che maestra, e qualsiasi forma di magisterialità non può essere esercitata che come espressione di maternità. La Chiesa è madre perché educa ed educa perché è madre. E questo Papa, ricordato per la sua bontà, e sicuramente buono lo era, diceva ( e per questo non  lo si ricorda molto) che la separazione astratta tra fede e cultura, fra fede e impegno sociale, culturale e politico, era la tragedia della Chiesa del nostro tempo. Ma per  evitare questa separazione tra fede e cultura, fra fede e impegno  culturale, sociale politico, c'è  forse bisogno  che la Chiesa ripeta continuamente il Credo? C'è bisogno  che la Chiesa investa le sue energie perché ciò che è dato misteriosamente nel Sacramento, ciò che è insegnato obiettivamente nella catechesi, diventi una concezione della vita, un modo di essere e di giudicare. Ecco che la Chiesa si affianca alla famiglia, la integra, fa quello che la famiglia non può fare, cioè svolge tutto, dà forma intellettuale e morale alla fede, perché se la Chiesa non fa diventare la fede forma dell'intelligenza dei suoi figli, ed energia del loro cuore, è fallita. Cosa può fare la Chiesa per il mondo? Educare un popolo. Cosa può fare la Chiesa perché questa società non finisca per disintegrarsi totalmente sotto l'impeto della falsità e della menzogna che hanno preso la forma di questa sconsiderata fiducia nella tecnoscienza, in base alla quale non esiste più nessun valore se non quelli fissati dalla scienza? La vita è quella che è fissata dalla scienza, la modalità in cui si nasce è fissata dalla scienza, in cui si muore, perché la scienza è l'unico soggetto autorevole nell'umanità. Si nasce e si muore a comando della scienza, si nasce approfittando dell'utero in affitto, si nasce facendosi congelare gli ovuli per poter procreare a tempo debito quando la carriera nell'azienda sarà stata compiuta, e  proprio queste persone, che hanno avuto quest'idea, sono indicati come azienda attenti alle esigenze del proprio personale. Si combatte questa follia che si sta diffondendo nella società, creando un popolo, cosciente della propria identità, che non è nella storia, nel potere, nella sensibilità, nel benessere affettivo o psicologico, ma alla luce dell' uomo nel mistero di Dio. Un popolo che ha coscienza della sua identità, del grande dono che è la vita, che è la fede, perché la fede è la salvezza della vita, diceva Sant' Ambrogio: non sarebbe neanche valso  la pena di nascere se non fosse per essere salvati.
Quindi il soggetto è la famiglia, la Chiesa e certamente la scuola, che non è un soggetto di educazione, ma un ambito dove si facilita l'educazione. Mio papà, che aveva fatto fino alla quinta elementare, non poteva spiegarmi la trigonometria:  c'è bisogno che l'educazione diventi sapere, cioè che la cultura che tu hai, il destino che tu conosci o che tu speri o attendi o hai incontrato, ti faccia amare la realtà. Il primo modo di amare la realtà è conoscerla, non nella puntualità, la realtà di oggi, 2014, perché qualsiasi livello della realtà ci arriva dalla tradizione, dalla storia, la conoscenza è sempre teorica ma storica. Conoscere la realtà, rapportarsi ad essa con rispetto, la realtà della natura per esempio, non è una serie di oggetti che l'uomo sapiente, perché scienziato, manipola e mette a posto trasformandola secondo la tecnica. No, la conoscenza della realtà è come penetrare intensamente in una realtà vivente, perché è immagine di Dio come l'uomo, meno radicale dell'uomo ma non meno significativa, perché Dio parla attraverso la realtà dell'uomo e della natura, che ha costruito intorno all'uomo perché l'uomo potesse essere aiutato pienamente a costruire la sua umanità. Ecco perché c'è bisogno della storia, della geografia, che a ognuno interessa di più e capisce che, approfondendo quel particolare, maturerà la sua cultura e servirà il mondo. La specializzazione è la capacità di andare a fondo della cultura  in modo specifico e poi di servire il mondo attraverso questa specificità. Ecco la scuola. La scuola non è innanzitutto un soggetto educativo ma un soggetto attraverso cui l'insegnamento continua, matura, si approfondisce, si articola, ecco perché una scuola dovrebbe avere una cultura di riferimento: la cultura delle famiglie che mandano i ragazzi a scuola, o la cultura di una realtà sociale, o la cultura di gruppi, di formazioni sociali  in cui l'uomo decida di maturare la sua personalità, mi pare dica così un articolo della nostra costituzione. Può essere un impegno religioso, la tradizione della regione in cui è nato, un impegno culturale-sociale di una formazione politica, ma c'è bisogno di una cultura dietro, altrimenti la scuola si chiude in se stessa; ai miei tempi era dominata da insegnanti che avevano i pallino di quello che insegnavano: e invece he incontrare delle persone e maturare, attraverso il loro insegnamento, si accontentavano di rovesciare addosso agli studenti i propri interessi. Così la selezione la facevano tra quelli che capivano e amavano la loro materia, e gli altri, che non capivano o amavano, senza alcuna colpa, venivano progressivamente discriminati. Erano insegnanti che dicevano di sé: “ Se non avessi la chimica mi sarei già ammazzato”, questa frase è una citazione da “ Il senso religioso” di don Giussani, ecco la differenza tra un'impostazione vera della vita e un'impostazione particolare: ma come fa un uomo intelligente a pensare che il senso della sua vita stia nell'andare a fondo della chimica e in  più pretendere di coinvolgere i ragazzi in questa sbronza per la chimica, che, alla loro età forse hanno il diritto di non farlo?
Dove è nata la scuola? Nella casa del Vescovo, come dilatazione della sua preoccupazione pastorale e catechetica  e poi accanto ai conventi, cioè dove una cultura forte, diventava impostazione globale della vita, non in astratto, perché  i Benedettini del 500-600, investiti da una massa di documenti precedenti, non li hanno bruciati come hanno fatto gli Islamici con la Biblioteca di Alessandria d'Egitto, bruciando nel giro di qualche giorno 2 milioni di volumi, ma hanno preso questi libri e li hanno riletti nell'ottica della fede, capendoli nella loro formulazione e investiti di un giudizio che li ha resi appartenenti alla cultura dell'occidente cristiano non meno di quanto non appartenessero alla cultura precristiana. La scuola dunque ha bisogno di una cultura  che la sostenga e svolga una funzione educativa attraverso l'insegnamento, una realtà che ha una sua precisione metodologica, degli strumenti che devono essere aggiornati; certamente c'è una professionalità dell'insegnamento che deve essere perseguita, ma non è la ragione ultima dell'insegnamento, l'insegnamento deve mettere in grado lo studente di avere una coscienza matura della cultura da cui parte, nella quale è nato e che ha scelto e vederla diventare “secondaria”,come diceva Giovanni Paolo II, cioè cognizioni, materie, conoscenze, competenze, suggestioni tecnologiche, indicazioni professionali, così la scuola matura la professionalità. Il vertice di un'educazione che avviene nella scuola è che un bambino, un ragazzo, scopre la sua vocazione, almeno professionale. Capire che io vivo per fare questo, per dare carne al mio impegno culturale, per farlo diventare un impegno specifico attraverso cui esprimo la mia personalità e servo il popolo.
L'educazione fa riconoscere la propria vocazione professionale attraverso la quale l'uomo, il cittadino, partecipa al bene comune della civiltà.
Due ultime sottolineature: la prima, il nostro è un Paese  fortemente contrassegnato dalla tradizione cattolica, ma poi si è  differenziato in altre forme e posizioni culturali, ma anche in posizioni ideologiche, corruzioni della cultura ma che vivono accanto ad essa e possono condizionarla negativamente. Oggi i mezzi di comunicazione di massa dicono che ci sono gli stati vegetativi in cui un uomo non ha più coscienza di sé, non esiste, e quindi può anche morire, che è una falsità dal punto di vista scientifico, un orrore se applicata ad un minore: la società, attraverso suo padre, gli consente il diritto alla morte dolce. Il nostro è un Paese dove c'è una differenziazione tra posizioni culturali diverse, la logica esigerebbe che ogni espressione culturale significativa avesse il proprio diritto educativo e quindi la possibilità di creare scuole che esprimano questo diritto e mettano in condizione di avere una coscienza critica della propria cultura di partenza. Non si è voluto questo perché , con  vergogna, è ancora fissata negli atti del parlamento italiano, una grande discussione, nel lontano 1864, sullo stato dell'istruzione e dell'educazione. Era ministro della Pubblica Istruzione Marco Minghetti, persona proba e competente ma laicista, che concluse questo dibattito ed ebbe l'impudenza di concludere così: in linea di principio sarebbe meglio una libertà di scuola, ma se ne approfitterebbero i clericali. Ricordatelo, tutte le volte che parlano di una scuola statale neutra, al servizio del popolo, libera da ideologie...salvo prima aver avuto la scuola risorgimentale, poi fascista, poi marxista, quando vi dicono questo rispondete che la scuola o è animata da una cultura o è un'ideologia. Come quando pretende di essere totalmente neutra, non avendo alcuna pretesa se non quella di insegnare. Il buon San  Giovanni Paolo II disse una volta ad un'associazione cattolica di insegnanti: la scuola che si concepisca esclusivamente istruttiva è una scuola nella quale avviene l'alienazione educativa, perché la scuola valore fa crescere il senso del destino, il senso della cultura, dando carne intorno alla personalità dell'uomo.
Così la vostra scuola dichiara la sua cultura di partenza: chi viene, con maggior o minor consapevolezza, ritiene  di dover  accettare  questo riferimento della vostra scuola come cultura che la precede e la informa.
Da ultimo: tutto questo per chi? Per i bambini e per i ragazzi che devono essere introdotti nel cammino alla ricerca del vero, del bene e del bello, in modo organico, in modo che sia un cammino che aiuti a sviluppare la loro personalità nelle scansioni della loro vita fisica, psicologica, affettiva, utilizzando tutti i momenti, per questo cammino possa essere condotto in modo adeguato e concreto. Noi apriamo le porte della nostra aula e siamo sfidati dai nostri ragazzi sul problema del destino, anche se non lo sanno. E' come se ci dicessero: ma tu chi sei e perché sei qui?Che cosa vuoi da noi? Allora capisci che devi aprire un discorso che va dalla tua persona alla loro persona. E tutto quello che viene insegnato deve essere dentro questo amore alla persona, attraverso l'insegnamento cerchi la persona, ti rapporti con essa e cerchi di farla camminare dove si fermerà lei, dove si fermerà la sua libertà. L'educazione, ci ha insegnato don Giussani, è una sintesi dialettica in cui due fattori non entrano sempre tranquillamente in gioco, è la dialettica tra chi è più autorevole, cioè tra chi è più maturo, che ha una cultura più esplicita, chi è più consapevole della propria posizione culturale, e ha strumenti per comunicarla. E' l'autorità che mette in gioco nella vita dei più giovani un'ipotesi di vita. Se ci sono insegnanti autentici uomini di cultura, la scuola non è un'imposizione, non è un sistema disciplinare militaresco. Le nostre scuole nei secoli scorsi rischiavano di essere l'anticipo della caserma...( adesso sono dei casini...quello che in effetti seguiva alla caserma) Sono luoghi in cui  con dialettica metto in gioco quello che spero, quello in cui credo. Una persona è sollecitata dalla mia presenza certo a capire la matematica, ma prima, mentre studi la matematica, sei sollecitato a capire chi sei. E questo stabilisce un rapporto che non viene meno,ti darò magari 4 fino alla fine della scuola perché non sai la matematica, ma dandoti 4 ti vorrò bene e non chiuderò il rapporto con te perché tu non hai capito la matematica,
perché che tu l'abbia capita o no non è un'offesa a me, ma è una circostanza negativa che si deve cercare di supplire  in qualche modo. Negli anni dopo la contestazione, a Milano  si fece un' inchiesta a campione su tutti gli studenti delle scuola medie superiori sul rapporto con i professori, sapete ciò di cui si lamentavano di più ? Del fatto che i loro professori, quando li incontravano per strada finita l'ora di scuola, non li salutavano. Perché l'uomo, soprattutto quello giovane, ha bisogno di un rapporto stabile, per questo la pura aberrazione dell'affettività consiste nel ridurla a puro meccanismo sessuale senza impegno, senza stabilità, senza responsabilità, senza obiettivi, senza destinazione. E' una fatica farli maturare nella loro responsabilità, noi non possiamo sostituirci alla loro libertà, la dobbiamo riempire di una proposta ed aiutarli  a verificarla con noi, a cercare di capire se è vera. Questa è una scuola in cui ci sia un esplicito riferimento culturale e degli insegnanti che hanno una precisa cultura, che si deve realizzare: una convivenza stabile tra insegnanti e studenti che travarichi necessariamente le ore  di scuola.
Avete usato il termine “affascinante”, ecco affascinante è l'educazione che ti impedisce di invecchiare. Non so se sia vero come dicono alcuni che il pericolo della Chiesa è l'irrigidimento  della dottrina, io dico che il vero pericolo è che la Chiesa non la sa più la dottrina. Comunque un insegnante non può irrigidirsi, perché oggi ogni studente che incontra è come se lo mettesse in gioco, è come se gli dicesse: perché sei venuto? Che cosa vuoi da me?
Gabriel Marcel, uno dei più acuti filosofi dello Spiritualismo francese, diceva “Ama  chi dice all'altro : tu puoi non morire”, in tutti i miei anni di insegnamento e poi anche nel lavoro che faccio adesso, alla fine della giornata mi sono sempre chiesto se quello che avevo fatto era il modo per dire alla gente che avevo incontrato: ricordati che tu non sei venuto al mondo per morire.
E' questo che rende affascinante la cultura, perché rende affascinante la vita.

INTERVENTI

Hai posto l'accento su una questione che l'esperienza di fare l'insegnante da 20 anni continua a ripropormi, un aspetto di fare scuola così concreto che continuano a ripropormi genitori ed alunni. Se vuoi fare una scuola devi avere una posizione culturale , altrimenti predomina l'ideologia; la prima cosa che si vede se non c'è una posizione culturale è che la scuola diventa noiosissima. Oggi lavoro in una scuola dove arrivano 600 famiglie  con diverse posizioni culturali e quella più diffusa parte dal presupposto che è bene non porsi il problema del destino, che pure per i giovani è affascinante. Una posizione culturale che apre al destino, per sua natura, è per tutti; siamo nel tempo in cui essere scuola è una proposta.

Ti sono molto grato per la testimonianza. Oggi, nella disintegrazione totale della nostra società, se c'è una scuola qualificata è quella con una cultura cattolica, “cultura”, non “confessione”, la scuola confessionale è nata nel 1600, in un contesto culturale radicalmente diverso, in cui la facevano da padrone i gesuiti. Oggi, in una scuola cattolica, ci sono 600 famiglie diversissime, come dicevi tu: da quelle che si accontentano del talk show ad altri...se io faccio una proposta e mi mandano i ragazzi vuol dire che si fidano. Perciò devo andare a fondo. Siccome non c'è una situazione ideale, perché il nostro Stato non ha avuto il coraggio della libertà, forse perché è uno stato liberale e non libero, allora devo sentirmi condizionato dal fatto che quelli che mi mandano a scuola non sono tutti cattolici? Se sapessero quello che io faccio non me li manderebbero? Ecco, quando si accorgessero, che non me li mandino più, ma io devo accettare in modo positivo la sfida che è la fiducia. La gente che si fida è un valore, dentro questa gente ci può essere qualcuno per cui il dialogo con te può diventare un cammino, come nella catechesi: prepariamo 20 bambini alla comunione, di questi 20 solo 3 famiglie vogliono partecipare a questo cammino, io li preparo tutti, se tornando a casa trovano dei genitori che sono in sintonia con quello che dico io , meglio, se non li trovano, Dio li aiuterà lo stesso, i bambini. Se fate la scuola   cattolica solo per quelli che la pensano come voi, chiudetela pure subito. Voi dovete fare la scuola per tutti. Tutti sanno che voi fate una scuola qualificata, si fidano, pur non comprendendo tutto ma per un'intuizione: è una grazia. Valorizzate questa fiducia e restituitegli dei ragazzi che abbiano fatto un cammino di maturità. Non dovete costringerli a venire lì per sempre, se ad un certo punto saranno scontenti, non li manderanno. Non è una scuola quella senza una proposta, non è una scuola neanche laica: negli anni dopo l'ordinazione sacerdotale, avevo preso qualche ora di religione in due scuole prestigiosissime della cattolicità ambrosiana, non diocesane ma di congregazioni. Mentre sto passando dall'aula professori, vedo un condiscepolo laureatosi con me in Cattolica, uno dei primi che si era occupato di psicologia e psicanalisi, di chiara professione marxista, perché in quegli anni chi non aveva la tessera in tasca non poteva far carriera, lo saluto e mi dice di insegnare 18 ore di storia e filosofia, io ne facevo 2...di religione. Incontro il Padre preside e chiedo notizie su questo mio compagno di università, lontano dalla posizione della Chiesa cattolica  come può esserlo un marxista psicanalista... ”ah sì “, mi dice “ ma male non fa”. Io rispondo che i genitori che mandavano i figli in quella scuola, pagando quello che pagavano, avevano il diritto di avere non solo professori che non fanno male, ma anche professori che fanno bene!
Una proposta poi deve essere tenuta, sostenuta, deve diventare il criterio di selezione del personale docente; a parità di condizione, senza discriminazione, tra uno che  si presenta con una cultura cattolica e pronto ad insegnare in quella direzione e uno che si presenta neutro, o addirittura che sia contrario, pur non facendo male, è chiaro che chi sceglie il terzo non porta la scuola a grande successo. La proposta di un'istituzione scolastica deve diventare coerente nelle scelte e nelle applicazioni; ma dico di più: anche nella scuola statale, secondo il documento degli anni ottanta “ Il laico cattolico testimone nella scuola”, la cosa che è più lontana dai professori cattolici è entrare a scuola partendo da un'esplicita testimonianza, mentre se fanno così anche in una scuola così disarticolata, dove spesso anziché il confronto c'è lo scontro, nell'ora di scuola si realizza una vera esperienza di scuola. Ecco perché grazie alla testimonianza di centinaia e centinaia insegnanti cattolici, la scuola italiana non ha fatto tutto il male che poteva fare. Ma questa non è una soluzione sociopolitica, perché esigerebbe un pluralismo di realtà scolastiche nelle quali la proposta sia chiara e perseguita con chiarezza e coerenza. Ognuno nella sua scuola insegna ciò che insegna, mette dentro un' immagine più vera di scuola. E questo redimerebbe tutto quel coacervo di tempo che devono perdere in riunioni e riempimenti di verbali che poi nessuno legge.


A proposito di libertà, lei diceva che nn possiamo sostituirci alla libertà che abbiamo davanti ecco, io da mamma e da insegnante, io spesso di fronte ad una libertà che non si muove o che non lo fa come dico io, mi irrigidisco eccome.

L'irrigidimento di cui parli tu implica una vigilanza del cammino educativo che può e deve diventare educazione, io volevo solo evitare l'idea che il passaggio di una proposta avvenga meccanicamente o impositivamente: non si comunica la verità per imposizione, ma, come dice il concilio per la Fede, da persona a persona e con dolcezza.  E' anche una proposta però che deve fissare le condizioni nelle quali matura: la disciplina, nella scuola così come nella casa, non è un valore di per sé, ma è una condizione per la maturazione del cammino educativo. Vivere nel disordine fisico, ambientale, a maggior ragione anche morale, non costituisce una possibilità di cammino, perciò no all'irrigidimento se diventa un'imposizione, ma è un irrigidimento negativo anche dire fai ciò che ti pare e piace, il permissivismo. L'autoritarismo e il permissivismo sono le facce dello stesso errore, che rende tutto tecnica. Il problema invece è una compagnia educativa che sa modulare la sua presenza a un bambino di 8 anni, a cui devi poter chiedere ed anche imporre alcune cose; ad uno di 18 è più difficile, ma non impossibile neanche in quel caso, a fronte della percezione che uno ha che se non interviene, questo si perde, si rovina.
La nostra proposta deve mettere in primo piano e responsabilizzare la libertà dei ragazzi e dei giovani a rispondere in maniera personale, in modo che possano iniziare a fare un cammino, “vieni dietro di me” dice Paolo, presentandosi come autorità per la gente: quello che avete visto, udito e imparato da me fatelo anche voi. L'educazione implica un'imitazione, libera, cosciente, personale, responsabile. Ma l'educazione non è un' auto-educazione,  è una proposta che si riconosce man mano che si cammina e si ritrova più corrispondente alla mia umanità. Quando il Papa Benedetto XVI rilanciò in un congresso a Roma il tema dell'emergenza educativa, molti vescovi se ne sono interessati e io ho scoperto che l'emergenza educativa non è quella dei giovani, ma degli adulti, perché quello che era chiaro è che una fetta del mondo adulto si sottraeva alla realtà educativa  . Ho scoperto un passo bellissimo di Bernareau, personaggio poliedrico, che in un saggio sullo scoppio della I guerra mondiale, scrive: abbiamo chiesto a coloro che ci precedevano delle ragioni adeguate per vivere, per tutta risposta ci hanno mandato a morire sulla Marna, la prima terribile battaglia tra francesi e tedeschi sul fiume omonimo, durata 5 giorni in cui sono morti 150.000 francesi e 200.000 tedeschi. Adesso non li mandate a morire sulla Marna, ma non è forse la Marna quelli che vanno a morire sulle autostrade tornando sbronzi dalle discoteche, nelle quali non si interviene mai per un minimo di regolamentazione nell'uso delle droghe e dell'alcool? La piazza della mia cattedrale per tutti i fine settimana è infestata da centinaia di giovani universitari che fanno di tutto e di più, si drogano, bevono, fanno quello che consegue a questi atteggiamenti, nel silenzio assoluto della città, perché son giovani, come si fa a togliere ai giovani il divertimento? All'università, in un dibattito, al rettore ho detto che dovrebbe vergognarsi di dire così, perché se l'università per loro dura 6 o 7 anni, raddoppiandosi in queste condizioni esistenziali, perché uno che fa una vita così non si laurea in 4 anni neanche se muore, se uno vive così per 8 anni, lei pensa che torna a casa ed è in grado di assumersi una responsabilità di tipo professionale? Piantiamola con questa fuga di cervelli, prima bisognerebbe che ci fossero i cervelli, prima di fuggire. Secondo, ma gente che vive così non arriva ai 30 anni in modo cosciente, e le autorità istituzionali difendono in modo assolutamente astratto un concetto di libertà che è quello che ha rovinato il mondo. L'impegno a farsi  responsabilmente promotori di una proposta, è una cosa impegnativa, come fare il padre e la madre. Fare il padre e la madre è molto di più che avere un certo feeling psicologico con i figli: siamo amicissimi dei nostri figli, facciamo molto insieme, ma il rapporto è spesso rivolto ad un aspetto immediato, il mio papà che lavorava 20 ore al giorno, perché eravamo in tanti, non sapeva neanche cos'era la psicologia dell'età evolutiva, faceva quel che poteva, qualche sberla la dava. La disciplina è una valore essenziale e aiutare i giovani a capire che ci sono delle regole che devono essere seguite, è essenziale, perché senza di questo anche la proposta più strabiliante che fai non attecchisce. Due settimane fa è morto un prete per strada, in bicicletta, stava andando in una strada senza pista ciclabile con un gruppo di parrocchiani, si è accorto di aver sbagliato strada e ha voltato improvvisamente la bici andando contromano; è stato massacrato da un'auto e una moto. Sono rimasto frastornato per aver perso un prete, un aiuto prezioso per un'imprudenza, poi  un suo compagno mi ha detto che passava spesso con il rosso, in una rotonda non entrava dalla parte giusta, ma da sinistra perché ci metteva meno tempo. Quando rischiava di essere investito si arrabbiava con  gli altri che non lo lasciavano passare: quello era un uomo a cui nessuno ha insegnato che la disciplina è una cosa essenziale, per cui è morto per un'assenza di disciplina; non lo faccio in modo moralistico, ma lo faccio per dire  che ai vostri ragazzi, figli o alunni, dovete dare  il senso che i valori si acquistano sempre anche con sacrificio e che la disciplina è un aspetto del sacrificio, non è un fine a se stessa, non è un ideale, la disciplina è essenziale per interiorizzare sul piano esistenziale, la propria proposta di vita. Dei bambini che crescono senza disciplina, non è detto che crescano: crescere vuol dire assimilare una proposta in modo personale.

 

In materia di difesa della vita c'è veramente un'emergenza educativa, per gli adulti e i giovani, anche con mancanza di conoscenze scientifiche adeguate. L' avvocato Amato, che ha tenuto  una conferenza qui ad Inverigo, ha detto che la Chiesa è silente anche per ragioni economiche. Inviterei  chi ha posizioni alte nella Chiesa a fare un'azione più incisiva su questi temi di base e fondamentali.

Io faccio quello che posso e faccio anche molto, ma io guido una diocesi, quello che lei ha detto nella mia diocesi non esiste, per cui non mi sento colpito da questo intervento, mi sento confermato a continuare . Non posso parlare per tutte le diocesi italiane, se i vescovi hanno a cura la dottrina sociale della Chiesa, non c'è bisogno di molto altro. La CEI ha una segreteria, una presidenza, credo che sia lì che lei debba fare questo tipo di intervento. Se lei viene  a Ferrara , vede queste cose ad abundantiam, abbiamo fatto per esempio, in un uggioso  pomeriggio dell'inverno scorso, una conferenza col prof. Pessina sulle cellule staminali, con un centinaia di persone, per contestare l'università che aveva chiamato a tenere il Dies academicus, la senatrice a vita  di cui non ricordo il cognome, che ha fatto dello studio e della manipolazione delle cellule staminali embrionali un cavallo di battaglia. Se la Chiesa ha motivi agisce se ha motivi, se non li ha non agisce; uno che non fa perché non sa, è uno che non ha voluto sapere, perché basta risalire al magistero della Chiesa, all'Evangelium vitae. Si potrebbero rendere più agevoli gli strumenti?  Senz'altro. Certo, io vado avanti tranquillo anche se la CEI non fa gli strumenti, me li faccio io. Lei mi ha posto un problema che ha una sua generalità e quindi credo vada risolto a livello generale. 

 

Inverigo, 2014

 

 

Mario Palmaro

Wednesday, 11 February 2015 21:24 Published in Articoli Kattolici

Il fumo di Satana nella Chiesa

di Mario Palmaro e Riccardo Cascioli

08-01-2014

 

Caro direttore,

ho letto il tuo editoriale del 3 gennaio – “Renzi, se questo è il nuovo che avanza” – e non posso che condividere la tua analisi sulla figura del nuovo segretario del Pd, sulla sua furbizia disinvolta, sul suo trasformismo, sulle contraddizioni inevitabili tra il suo dirsi cattolico e il promuovere cose che contrastano non solo con il catechismo ma con la legge naturale. Aggiungo i miei complimenti per quello che fai da tempo con la Bussola su questa frontiera dell’offensiva omosessualista e non voglio rimproverarti nulla.

Però avverto la necessità di scrivere a te e ai lettori ciò che penso. In tutta sincerità: ma il nostro problema è davvero Matteo Renzi? Cioè: noi davvero potevamo aspettarci che uno diventa segretario del Partito democratico, e poi si mette a difendere la famiglia naturale, la vita nascente, a combattere la fecondazione artificiale  e l’aborto, a contrastare l’eutanasia? Ma, scusate lo avete presente l’elettorato del Pd, cattolici da consiglio pastorale, suore e parroci compresi? Secondo voi, quell’elettorato che cosa vuole da Renzi? Ma è ovvio: i matrimoni gay e le adozioni lesbicamente democratiche. Ma, scusate, avete mai ascoltato in pausa pranzo l’impiegato medio che vota a sinistra? Secondo voi, vuole la difesa del matrimonio naturale o vuole le case popolari per i nostri fratelli omosessuali, così orribilmente discriminati? Smettiamola di credere che il problema siano Niki Vendola o i comunisti estremisti brutti e cattivi, e che l’importante è essere moderati: qui i punti di riferimento dell’uomo medio sono Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, le coop e Gino Strada, Enzo Bianchi ed Eugenio Scalfari. Renzi mette dentro nel suo frullatore questi ingredienti essenziali del suo elettorato, miscelandoli con dosi omeopatiche di don Ciotti e don Gallo, e il risultato è il beverone perfetto che tiene insieme la parrocchietta democratica e l’Arcigay. Aspettarsi qualche cosa di diverso da lui sarebbe stupido.

Lo scandalo, scusate, è un altro. Di fronte a Renzi che fa il Segretario del Pd e strizza l’occhio ai gay, lo scandalo è ascoltare gli esponenti del Nuovo Centro Destra che dicono: “Le unioni civili non sono delle priorità del governo”. Capite bene? Non è che l’NCD salta come una molla e intima: noi queste unioni non le voteremo mai. No: dice che non sono una priorità. Uno incontra Hitler che dice: voglio costruire le camere a gas, e che cosa gli risponde: “Adolf, ma questa non  è una priorità”. Facciamole, facciamole pure, ma con calma. Ho visto al Tg1 il cattolico ministro Lupi che spiegava la faccenda. Volto imbarazzatissimo, l’occhio terrorizzato di uno che pensa (ma posso sbagliarmi): mannaggia, mi tocca parlare di principi non negoziabili e di gay, adesso mi faranno fare la stessa fine di Pietro Barilla, mi toccherà lasciare il mio ministero così strategico e così importante, con il quale posso fare tanto bene al mio Paese. E al mio movimento. Ed eccolo rifugiarsi, Lupi come tutti gli altri cuor di leone del partito di Angiolino e della Roccella, nella famosa faccenda delle priorità: no, le unioni civili non sono una priorità. Palla in calcio d’angolo, poi dopo vediamo. Ovviamente poi c’è il peggio: allo stesso Tg1 c’era Scelta Civica che intimava: dobbiamo difendere i diritti delle persone omosessuali. Scelta civica… credo si tratti di quello stesso partito che fu costruito a furor di Todi 1 e Todi 2, e che i vescovi italiani avevano eretto a nuovo baluardo dei valori non negoziabili dietro la cattolicissima leadership di Mario Monti. Poi c’è il peggio del peggio, e nello stesso Tg c’era una tizia di Forza Italia che trionfante annunciava che loro avrebbero miscelarlo le loro proposte sui diritti dei gay con quelle di Renzi. Ho udito qualche rudimentale rullo di tamburo contro le unioni civili dalle parti della Lega di Salvini, flebilmente da Fratelli d’Italia. Punto.

No, caro direttore, il mio problema non è Matteo Renzi. Il mio problema è la Chiesa cattolica. Il problema è che in questa vicenda, in questo scatenamento planetario della lobby gay, la Chiesa tace. Tace dal Papa fino all’ultimo cappellano di periferia. E se parla, il giorno dopo Padre Lombardi deve rettificare, precisare, chiarire, distinguere. Prego astenersi dal rispolverare lettere e dichiarazioni fatte dal Cardinale Mario Jorge Bergoglio dieci anni fa: se io oggi scopro mio figlio che si droga, cosa gli dico: “vai a rileggerti la dichiarazione congiunta fatta da me e da tua madre sei anni fa in cui ti dicevamo di non drogarti”? O lo prendo di petto e cerco di scuoterlo, qui e ora, meglio che posso?

Caro direttore, in questa battaglia, dov’è la conferenza episcopale, dove son i vescovi? Silenzio assordante. Anzi, no:  monsignor Domenico Mogavero - niente meno che canonista, vescovo di Mazara del Vallo ed ex sottosegretario della Cei – ha parlato, eccome se ha parlato: “La legge non può ignorare centinaia di migliaia di conviventi: senza creare omologazioni tra coppie di fatto e famiglie, è giusto che anche in Italia vengano riconosciute le unioni di fatto”. Per Mogavero, “lo Stato può e deve tutelare il patto che due conviventi hanno stretto fra loro. Contrasta con la misericordia cristiana e con i diritti universali – osserva – il fatto che i conviventi per la legge non esistano. Oggi, se uno dei due viene ricoverato in ospedale, all’altro viene negato persino di prestare assistenza o di ricevere informazioni mediche, come se si trattasse di una persona estranea”. Conclude il vescovo: “Mi pare legittimo riconoscere diritti come la reversibilità della pensione o il subentro nell’affitto, in virtù della centralità della persona. E’ insostenibile – sottolinea Mogavero – che per la legge il convivente sia un signor Nessuno”. E per la Chiesa, sul cui tema è stata già invitata a riflettere da papa Francesco, in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia, “senza equipararle alle coppie sposate, non ci sono ostacoli alle unioni civili”. Amen.

Capisci, caro direttore? Fra poco prenderanno mio figlio di sette anni e a scuola lo metteranno a giocare con i preservativi e i suoi genitali, e la Chiesa di che cosa mi parla? Dei barconi che affondano a Lampedusa, di Gesù che era un profugo, di un oscuro gesuita del ‘600 appena beatificato. No, il mio problema non è Matteo Renzi. Caro direttore, dov’è in questa battaglia l’arcivescovo di Milano Angelo Scola? Fra poco ci impediranno di dire e di scrivere che l’omosessualità è contro natura, e Scola mi parla del meticciato e della necessità di comprendere e valorizzare la cultura Rom. E’ sempre l’arcivescovo di Milano che qualche settimana fa ha invitato nel nostro duomo l’arcivescovo di Vienna Schoenborn: siccome in Austria la Chiesa sta scomparendo, gli hanno chiesto di venire a spiegare ai preti della nostra diocesi come si ottiene tale risultato, qual è il segreto. Del tipo: questo allenatore ha portato la sua squadra alla retrocessione, noi lo mettiamo in cattedra a Coverciano. E guarda la coincidenza, fra le altre cose: Schoenborn – che veste il saio che fu di San Domenco e di Tommaso d’Aquino - è venuto a spiegare ai preti ambrosiani che lui è personalmente intervenuto per proteggere la nomina in un consiglio parrocchiale di due conviventi omosessuali. Li ha incontrati e, dice Shoenborn, “ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto”. Ecco, caro direttore, questa è la purezza secondo un principe della Chiesa all’alba del 2014. E il mio problema dovrebbe essere Matteo Renzi e il Pd? Prenderanno mio figlio di sette anni e gli faranno il lavaggio del cervello per fargli intendere che l’omosessualità è normale, e intanto il mio arcivescovo invita in duomo un vescovo che mi insegna che due gay conviventi sono esempi di purezza?

E vado a finire. Matteo Renzi che promuove le unioni civili è il prodotto fisiologico di un Papa che mentre viaggia in aereo si fa intervistare dai giornalisti e dichiara: “Chi sono io per giudicare” eccetera eccetera. Ovviamente, lo so anche io che non c’è perfetta identità fra le due questioni, che il Papa é contrario a queste cose e che certamente ne soffre, e che è animato da buone intenzioni. Però i fatti sono fatti. A fronte di quella frasetta epocale in bocca a un papa – “chi sono per giudicare”  - ovviamente si possono scrivere vagonate di articoli correttivi e riparatori, cosa che le truppe infaticabili di normalisti hanno fatto e stanno facendo da mesi per spiegare che va tutto ben madama la marchesa. Ma tu ed io sappiamo bene, e lo sa chiunque conosca i meccanismi della comunicazione, che quel “chi sono io per giudicare” è una pietra tombale su qualunque combattimento politico e giuridico nel campo del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Se fossimo nel rugby, ti direi che ha guadagnato in pochi secondi più metri a favore della lobby gay quella frasetta di Papa Francesco, che in decenni di lavoro tutto il movimento omosessualista mondiale. Ti dico anche che vescovi come Mogavero, all’ombra di quella frasetta sul “chi sono io per giudicare” possono costruire impunemente castelli di dissoluzione, e a noi tocca solo tacere.

Intendiamoci: sarebbe da stolti imputare al Papa o alla Chiesa la colpa che gli stati di tutto il mondo stiano normalizzando l’omosessualità: questa marea montante è inarrestabile, non si può fermarla. La ragione è semplice: Londra e Parigi, New York e Roma, Bruxelles e Berlino sono diventate una gigantesca Sodoma e Gomorra. Il punto però è se questo noi lo vogliamo dire e lo vogliamo contrastare e lo vogliamo denunciare, oppure se vogliamo fare i furbi e nasconderci dietro il “chi sono io per giudicare”. Il punto è se anche Sodoma e Gomorra planetari debbano essere trattati con il linguaggio della misericordia e della comprensione. Ma allora, mi chiedo, perché non riservare la stessa misericordia anche ai trafficanti di armi chimiche, agli schiavisti, agli speculatori finanziari? Sono poveri peccatori anche loro? O no? O devo chiedere a Schoenborn di incontrarli a pranzo e di valutare la loro purezza? Caro direttore, la situazione ormai è chiarissima: qualsiasi politico cattolico o intellettuale o giornalista che anche volesse combattere sulla frontiera omosessualista, si troverà infilzato nella schiena dalla mistica della misericordia e del perdono. Siamo tutti totalmente delegittimati, e qualsiasi vescovo, prete, teologo, direttore di settimanale diocesano, politico cattolico-democratico può chiuderci la bocca con quel “chi sono io per giudicare”. Verrebbe impallinato da un Mogavero qualsiasi come un fagiano da allevamento in una battuta di caccia.

Caro direttore, il nostro problema non è Matteo Renzi. Il nostro, il mio problema è che l’altro giorno il Santo Padre ha detto che il Vangelo “non si annuncia a colpi di  bastonate dottrinali, ma con dolcezza.” Anche qui, prego astenersi normalisti e perditempo: lo so anche io che effettivamente il Vangelo si annuncia così -  a parte il fatto che Giovanni il Battista aveva metodi suoi piuttosto bruschi, e nostro Signore lo definisce “il più grande fra i nati di donna” – ma tu sai benissimo che con quella frasetta siamo, tu ed io, tutti infilzati come baccalà. Tu ed io che ci siamo battuti e ci battiamo contro l’aborto legale, contro il divorzio, contro la fivet, contro l’eutanasia, contro le unioni gay, e contro i politici furbi come Matteo Renzi che quella roba la promuovono e la diffondono. Ecco, tu ed io siamo, irrimediabilmente, dei randellatori di dottrina, della gente senza carità, degli eticisti, degli “iteologi” dice qualche giornalista di cielle. E fenomeni come La Bussola e come Il Timone sono esemplari anacronistici di questa mancanza di carità, di questo rigore morale impresentabile. E non basteranno gli sforzi quotidiani e titanici dei normalisti per sottrarre queste testate alla delegittimazione da parte del cattolicesimo ufficiale, perché tutti gli esercizi di equilibrismo e di tenuta dei piedi in due staffe si concludono sempre, prima o poi, con un tragico volo nel vuoto.

Penso anche che il problema – scusa il fatto personale - non siano Gnocchi e Palmaro, brutti sporchi e cattivi, che sul Foglio hanno scritto quello che hanno scritto: io lo riscriverei una, dieci, cento mille volte, perché purtroppo tutto si sta compiendo nel modo peggiore, molto peggiore di quanto noi stessi potessimo prefigurare.

Ecco, caro direttore, perché il mio problema, e il problema tuo, dei cattolici e della gente semplice, non è Matteo Renzi. Il problema è nostra Madre la Chiesa, che ha deciso di mollarci nella giungla del Vietnam: gli elicotteri sono ripartiti e noi siamo rimasti giù, a farci infilzare uno dopo l’altro dai vietcong relativisti. Per me, non mi lamento, per le ragioni che sai. E poi perché preferisco mille volte essere rimasto qui, ad aspettare i vietcong, piuttosto che salire su quegli elicotteri. Magari con la promessa in contropartita di uno strapuntino in qualche consulta clericale tipo Scienza e Vita, o con l’illusione di tessere la tela dentro nel palazzo del potere ufficiale insieme a tutti gli altri movimenti ecclesiali. O con la pazza idea – scritta nero su bianco - che, sì, Gnocchi e Palmaro magari c’hanno ragione ma non dovevano dirlo, perché certe verità non vanno dette, anzi vanno addirittura negate pubblicamente per confondere il nemico.

No, io non mi lamento per me. Mi rimane però il problema di quel mio figlio di sette anni e di altri tre già più grandi, ai quali io non voglio e non posso dare come risposta i barconi che affondano a Lampedusa, i gay esempio di purezza del cardinale Shoenborn, il meticciato e l’elogio della cultura rom del cardinale Scola, il disprezzo per le randellate dottrinali secondo Papa Francesco, Mogavero che fa l’elogio delle unioni civili. A questi figli non posso contare la favola che il problema si chiama Matteo Renzi. Che per lui, fra l’altro, bastano dieci minuti ben fatti di Crozza.

Caro direttore, caro Riccardo, perché mai ti scrivo tutte queste cose? Perché questa notte non ci ho dormito. E perché io voglio capire – e lo chiedo ai lettori della Bussola - che cosa deve ancora accadere in questa Chiesa perché i cattolici si alzino, una buona volta, in piedi. Si alzino in piedi e si mettano a gridare dai tetti tutta la loro indignazione. Attenzione: io mi rivolgo ai singoli cattolici. Non alle associazioni, alle conventicole, ai movimenti, alle sette che da anni stanno cercando di amministrare conto terzi i cervelli dei fedeli, dettando la linea agli adepti. Che mi sembrano messi tutti sotto tutela come dei minus habens, eterodiretti da figure più o meno carismatiche e più o meno affidabili. No, no: qui io faccio appello alle coscienze dei singoli, al loro cuore, alla loro fede, alla loro virilità. Prima che sia troppo tardi.

Questo ti dovevo, carissimo Riccardo. Questo dovevo a tutti quelli che mi conoscono e hanno ancora un po’ di stima per me e per quello che ho rappresentato, chiedendoti scusa per aver abusato della pazienza tua e dei lettori.

Mario Palmaro

 

Caro Mario,

ti ringrazio di questa lettera, che pubblico volentieri malgrado tu avessi qualche dubbio, anzitutto perché sei un amico che stimo e, secondo, perché mi permette di fare chiarezza sulle questioni di fondo che poni e che sono centrali anche per la missione de La Nuova BQ.

Preciso subito due aspetti per me secondari, per poi passare al nodo della questione. Primo: non ho mai detto che noi abbiamo un problema Renzi, al massimo Renzi sarà un problema per chi lo vota. Se ho scritto di Renzi è per due motivi: siamo un quotidiano e seguiamo le notizie giorno per giorno, non c’è dubbio che in questi giorni le proposte politiche del leader Pd siano la principale notizia politica; inoltre molti cattolici sono affascinati da questa figura emergente, ed era bene puntualizzare che per quello che ci sta a cuore non c’è proprio nulla di nuovo nel suo programma, rispetto ai classici temi della sinistra. E, come già detto chiaramente, i princìpi non negoziabili sono parte del Magistero della Chiesa e non sono soggetti a mode pastorali.

Seconda questione: non credo sia corretto fare di ogni erba un fascio per quel che riguarda sia i politici sia i vescovi. Se la legge sull’omofobia è stata frenata è anche perché alcuni deputati e senatori del centro-destra si sono spesi senza riserve. Questo mi sembra giusto riconoscerlo, così come si nota che tanti politici che ci tengono a definirsi cattolici lavorano per il “nemico”. Inoltre sulle proposte di Renzi c’è anche chi dal Nuovo Centro Destra ha detto parole chiare. Poi vedremo a conti fatti a cosa sarà stata data la priorità. Anche il panorama dei vescovi non è tutto uguale: senza fare nomi, sappiamo che alcuni vescovi italiani in questi giorni hanno detto parole chiare su unioni civili e unioni tra persone dello stesso sesso, anche se la stragrande maggioranza di loro ignora la questione e diversi altri esprimono posizioni in aperto contrasto col Magistero, come del resto ieri non abbiamo mancato di rilevare.

Parlando di vescovi, entriamo però subito nella vera questione che la tua lettera pone, ovvero la Chiesa. Una Chiesa ormai in ritirata davanti all’ideologia mondana, di cui questa ondata omosessualista è l’aspetto oggi più eclatante e invasivo; una Chiesa che parla di altro mentre si sta distruggendo l’uomo nella sua essenza, l’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Il vero nemico è dentro, tu dici, la Chiesa trema alle fondamenta; e tale pensiero diventa insopportabile pensando al futuro dei tuoi figli.

Ci sono molte cose vere in ciò che dici, caro Mario, e sai che anche La Bussola non è tenera con certi personaggi e certe idee. Ma credo anche che alla tua descrizione manchi una parte, quella più importante. Ovvero la certezza che a guidare la Chiesa è Cristo, che la Chiesa non è opera di uomini anche se l’opera degli uomini è indispensabile. Solo questa certezza ci rende liberi e lieti pur davanti ai problemi enormi che ci sovrastano, solo questa convinzione vissuta ci dà la forza di sostenere una battaglia impari dove il fuoco amico è diventato più pericoloso di quello nemico.

Del resto che nella Chiesa le cose vadano a rovescio non lo scopriamo certo noi. Ad affermarlo con molta chiarezza fu Paolo VI in quella famosa omelia per la festa dei santi Pietro e Paolo del 1972: «Da qualche fessura il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio». E qualche anno dopo - settembre 1977, pochi mesi prima di morire – al suo amico Jean Guitton aggiungeva: «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico».

Ma Paolo VI non finisce qui, in questa descrizione scoraggiante. Nel prevedere che questo «pensiero non cattolico» nella Chiesa diventi maggioritario, aggiunge però: «Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

Il pensiero della Chiesa è quello del Magistero, è quello del Catechismo, non importa quanti continueranno a seguirlo. A noi è chiesto soltanto questo. Non importa se gli elicotteri sono partiti e ci hanno lasciati lì in balia dei vietcong, per stare alla tua metafora, noi sappiamo solo che dobbiamo fare bene il lavoro a cui siamo stati chiamati perché è a Lui che alla fine – prima o dopo – dovremo rendere conto. Come diceva Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi il pensiero del Giudizio Finale dovrebbe sempre accompagnarci, non per metterci paura ma per sostenerci e consolarci.

Non esiste un popolo cattolico chiamato a ribellarsi contro i suoi governanti indegni – e dopo la ribellione cosa si fa? –, esiste una sola Chiesa fatta di peccatori e traditori ma resa santa dalla guida di Cristo, e dove tutti - dal Papa all'ultimo dei battezzati - sono chiamati alla conversione.

E la Chiesa è tale in quanto unita intorno al Papa. Certo, si può anche sentire di non avere quella sintonia con il Pontefice che sarebbe auspicabile; certo, le scelte pastorali possono anche essere discusse, e si può mostrare perplessità davanti a indirizzi e nomine. Ma sempre avendo ben presente che il Papa non è il presidente della Repubblica, rappresenta Cristo ed è per questo che lo seguiamo. L’unità della Chiesa è il bene supremo, e l’unità si fa intorno al Papa, che è infallibile nel definire la verità rivelata: «Il Papa non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio», diceva il Catechismo di San Pio X, e questo è anzitutto quello che conta. La storia della Chiesa ci insegna che nei secoli sono stati in tanti ad avere ragione contro la mondanità di vescovi e papi (certi atteggiamenti non sono nati oggi), ma chi ha privilegiato le proprie ragioni rispetto all’unità ha solo provocato disastri, si è perso e ha fatto perdere molti altri. Chi invece si è sacrificato per l’unità della Chiesa, ha trovato poi valorizzate anche le sue ragioni.

Nelle prossime settimane avremo modo di tornare su alcuni aspetti dell’attuale pontificato, però è anzitutto importante evitare di giudicarlo dagli articoli di Repubblica, Corriere, Avvenire e così via. Lo so anch’io che quello che passa nell’opinione pubblica sono i titoli dei giornali mentre i discorsi, le omelie, i documenti non li legge nessuno (o quasi), però credo che il nostro sforzo sia anzitutto quello di presentare con chiarezza i contenuti veri dei suoi interventi. E’ quello che La Nuova BQ cerca di fare sistematicamente. Poi si potrà discutere di un passaggio o di una affermazione, si potrà anche esprimere perplessità su certi contenuti, ma almeno che sia su ciò che il Papa ha veramente detto e non su quello che altri decidono di fargli dire.

 

 

Inoltre vi propongo questo video molto bello sulla famiglia sempre di Mario Palmaro:

 

 

Don Eugenio Nembrini

Tuesday, 02 April 2013 21:11 Published in Articoli Kattolici

I NOSTRI FIGLI: UNA SPERANZA PER NOI E PER IL MONDO

I nostri figli, una speranza per noi e per il mondo... sono sempre temi piccoli quelli che mi
chiedete!  Inizierò  raccontando  di  un  incontro  di  catechismo  con  i  bambini  di  quinta
elementare. Dicevo loro: “Pensate, i vostri genitori, alla vostra età, decidono un po' tutto, e
sarebbe stupido il contrario: cosa mangiare, come vestirvi, la scuola, come trascorrere il
tempo, ma non possono decidere l'unica cosa veramente importante della vita.
I vestiti si possono cambiare, la scuola quando sarete grandi la deciderete voi... ma già da
adesso la mamma e il papà non possono sostituirsi a voi nel vostro rapporto con la Vita in
quanto tale”.


Mi guardavano un po' stupiti e io  ho continuato: “Voi vi alzate al mattino e cominciate a
osservare  le  cose,  a  chiamarle  con  un  nome,  a  dar  loro  un  significato,  cominciate  a
mettervi in rapporto con la realtà che ci  circonda. I genitori, gli insegnanti, nessuno si può
sostituire a voi in questo” e ho riferito loro le parole del Santo Padre a Milano in occasione
del raduno con i ragazzi della Cresima: citava S. Ambrogio “Qual è l'età giusta per essere
amici  di  Gesù?”,  in  realtà  invece  di  “amico”  Ambrogio  diceva  “santo”,  una  parola
sostanziosa che non vuol dire essere bravo e capace ma avere un rapporto vero con le
cose, con la realtà, con il  mistero. Ogni età è adatta a compiere questo tragitto. Questa
osservazione  ci  porta  subito  alla  radice  della  questione:  come  fare  a  guardare  con
speranza ai nostri figli? La frase di Giovanni Paolo II citata sul vostro volantino “L’amore
non è cosa che si impara e tuttavia non c’è cosa che sia così necessario imparare”,  ci
porta alla vera natura  dell'amore. Cos'è l'amore? Sono gli innamoramenti dei fidanzatini
14enni, 18enni o 50enni? Mi viene in mente il brano di S. Paolo: se uno potesse distribuire
tutte le sue sostanze agli altri, non servirebbe a niente; se anche bruciassi il mio corpo, il
massimo  dono  di  me  stesso,  ma  non  avessi  la  carità,  niente  mi  giova;  sembrerebbe
assurdo e contraddittorio: dare la vita per gli altri, in questo caso per i figli, se non hai la
carità, a te non serve proprio a nulla; in questo è radicale S. Paolo.


Cos'è  allora  l'amore?  Cito  un  altro  esempio  dalla  mia  esperienza  con  i  bambini  di  4°
elementare: sono stupito di quanto siano grandi nella loro purità. Stavamo discutendo dei
segni della presenza di Dio: se Dio è una presenza,  si è fatto uomo, una persona amabile,
abbracciabile,  toccabile,  allora  io  devo  poterlo  incontrare,  amare,  abbracciare  toccare,
dov'è  allora  questo  Gesù?  Le  risposte  sono  sempre  molto  “suoresche”:  nel  cuore, 
dappertutto, quando siamo buoni... Io sparo a zero su queste risposte: no!  E' chiaro che
Gesù  non  lo  vediamo  come  lo  videro  gli  apostoli,  ma  se  è  vivo  devo  poterlo  incontrare,
allora  inizio  il  discorso  dei  segni:  Gesù  si  riconosce  dai  suoi  segni,  nella  natura,  nelle
montagne, nei fiori, nel mare, nei genitori, ma, chiedo loro, se uno potesse eliminarli tutti
tranne uno? Tutto è segno ma non tutti  i segni sono uguali, qual è il segno più importante
di  tutti? All'unisono  i  bambini  hanno  detto:  la  mamma!  Ma  una  bambina  ha  risposto:  no,
non  può  essere  la  mamma  perché  la  mia  è  morta  e  io  non  potrei  incontrare  Gesù;  ha
ragione,  non  è  la  mamma.  Allora  un  altro  bambino  alza  la  mano  e  dice:  se  non  è  la
mamma allora io lo so: SONO IO! 
Il segno più grande della presenza, dell' amore di Dio, SONO IO, alla faccia delle mamme
papà nonni e insegnanti, SONO IO. Se c'è qualche altro bambino, mamma, papà, prete,
se qui c'è qualcuno che ha la coscienza libera e semplice di poter affermare che il fatto più
straordinario che esiste al mondo e rende visibile l'amore SONO IO, allora ci siamo;  se
non c'è nessuno con questa coscienza allora è tutto inutile, è tempo perso.

 [v.allegati in fondo]



L'avventura umana, famigliare, educativa è finita, tutto esiste perché possa dire con verità
e  coscienza  “IO!”,  come  questo  bambino.  Penso  a  me  e  mi  accorgo  che  non  è  sempre
così:  dico  “io”  ma  in  un  altro  modo,  per  il  valore  che  ho;  noi  tutti  diciamo  “io”  ma  non
affermiamo  un  bene,  dato,  assoluto,  che  viene  prima  di  ogni  altra  cosa,  diciamo  “io”
pensando se siamo in alto o in basso, belli o brutti, se abbiamo i soldi o no, un successo
lavorativo, il riconoscimento. Ho detto a un bambino di catechismo: avete 9 anni, scrivi alla
lavagna  9  x  365...  3285,  pensa,  già  3285  volte  hai  aperto  gli  occhi  alla  mattina,  ti  sei
svegliato  e  non  perché  hai  fatto  qualcosa,  ma  perché  3285  volte  già  Dio  ti  ha  detto  TI
VOGLIO! Una maestra ha fatto anche lei i suoi conti: io 20.000! 
20.000 volte Dio a questo IO, che sei tu e non un altro, ha già detto ti voglio, ti voglio bene,
ti affermo, sei mio, perché se non ti volessi non ti sveglieresti al mattino.
Di fronte a queste cifre una giornata cos'è? La vita intera sarà solo prendere coscienza di
questo:  sei  voluto.  Non  devi  aspettare  che  accada  qualcosa  per  capire  chissà  che:  ci
siamo  adesso  perché  qualcuno  ci  vuole  adesso  e  così,  non  diversi,  non  più  belli,  più
capaci... a Dio vado bene così come sono. Non vado bene a mio marito, a mia moglie, a
mio figlio? Problemi loro, io vado bene a Dio. Vi do un suggerimento  per gustare questa
idea semplice ma radicale: ascoltate le udienze del Santo Padre del mercoledì, questa è
del 31 gennaio “Dio a volte sembra debole; un atteggiamento apparentemente debole ma
fatto di pazienza, mitezza e amore: è il vero modo in cui Dio dimostra di essere potente”.
Togliete la parola potente e mettete mamma, papà, insegnante, prete, educatore, questa è
la potenza di Dio e questa potenza vincerà.


“Io son certo che questo amore vincerà, è solo questa la nostra speranza. Vincerà perché
tu Signore ami tutte le cose che esistono, perché sono tue, Signore amante della vita.”
Tu sei suo, sei sua. Questa è l'unica cosa che regge, solo chi è potente può sopportare il
male e resistere, può esercitare la vera forza dell'amore di Dio.
“A Lui appartengono tutte le cose, perché tutte le cose sono state create da Lui, che rivela
una  paziente  attesa  della  conversione  di  noi  uomini,  che  desidera  avere  come  figli.
L'amore onnipotente di Dio non conosce limiti”. Dio è un Padre che non si stanca mai di
noi, questo è il titolo del discorso.


La  speranza  del  mondo  è  solo  se  ci  sono  degli  uomini  cosi,  simili  a  Dio.  Ai  bambini
smettiamola  di  dire  Dio  è  con  noi  se  fai  il  bravo,  non  fare  il  cattivo  o  non  puoi  fare  la
Comunione; altro che fare il bravo: la compagnia di Gesù con il tempo, se tu ci stai, ti farà
come Lui! Dio ci ha promesso questo: Lui è fedele, non si stanca mai di noi e aspetta la
nostra conversione.
Conversione: parola bella e semplice che non vuol dire divento più bravo, ma sto attaccato
a te, o Gesù. Io sono la vite e voi i tralci: se un tralcio non è attaccato secca e non produce
nessun frutto, ma se uno è attaccato produce frutti e in abbondanza. I bambini questo lo
capiscono... ma cosa succede poi a noi adulti? I bambini mi hanno risposto detto: gli adulti
diventano  grandi  e  pensano  di  essere  loro  tutto;  è  vero:  cresciamo  e  incominciamo  a
pensare che il futuro, la speranza dei nostri figli sia altro, non perché siamo cattivi, infatti
pensiamo le cose più belle, ma perché non è più così per noi ed è difficile, perciò, che sia
vero per loro.


 


La questione è radicale: tu di chi sei? Che coscienza hai di te? Se è il riconoscimento di
qualcuno che vuole bene a me, allora guarderò a te con simpatia e misericordia e non ti
giudicherò più. Non vuol dire che mi va bene tutto di te, ma “nessuno ti ha condannata, va
in pace e non peccare più”. 


Il cristianesimo non è fatto di regole: cosa devo fare e cosa non devo fare, cosa è giusto e
cosa non lo è, non facciamo una famiglia nuova con le regole, anche quelle più belle, ma
lo si fa con gente di cui abbiamo parlato adesso; auguro a tutte le vostre famiglie che ci sia
almeno  uno  tra  voi  che  abbia  questa  curiosità,  questo  desiderio,  questa  voglia,  questo
amore  a  sé,  che  non  è  “come  sono  bello  bravo  e  capace”  (questo  è  l'amore  di  sè  nel
senso più stupido) ma è il riconoscimento di un'appartenenza. Sono di un Altro.


Ma se Dio ci dice “vai bene così” e poi  mio figlio non studia...  si fa le canne...? Non è una
soluzione dire che  certe esperienze a 20 anni sì a 17 no. Quando dico “va bene così” non
intendo lasciar correre tutti i difetti: con i figli si dialoga, si suggerisce, si contratta... sono
tentativi  che  tra  l'altro  non  vanno  bene  con  tutti.  Ma  “vai  bene  così”  significa  che  io  ho
alcune  caratteristiche  che  Dio  fin  dall'origine,  fin  dalla  nascita,  mi  ha  regalato:  il  mio
bagaglio per vivere. Due doni più di tutti sono straordinari per scoprire il gusto per la vita:
si chiamano cuore e ragione. Sono le due gambe che sorreggono la vita di un uomo e che
bisogna imparare ad usare, perché nella vita di oggi abbiamo confuso il cuore con lo stato
d'animo  e  il  sentimento,  che  non  hanno  niente  a  che  fare  con  il  cuore:  sono  reazioni  di
pancia e non di cuore. E’  la ragione, che abbiamo confuso con i ragionamenti, con “quello
che penso io”.

Questi doni sono l'unica possibilità per mettere in gioco il grande regalo che
Dio ha fatto a tutti gli uomini: la libertà. Dio ci ha dato questi due strumenti ma se non li
usiamo, non accade la libertà. L'unica cosa che Dio ama: la libertà, Dio ci ha dato tutto il
necessario  per  poter  decidere  dove  vogliamo  investire  la  nostra  vita.  Il  cuore,  grida,
piange, domanda, si arrabbia. Avendoci Dio fatti per Lui, se non abbiamo Lui, tutto ciò che
é sotto di lui non ci basta. Il bambino più bello del mondo non ci basta perché ci ha fatto
per Lui che è il massimo. Ho tutto ma non mi basta, cosa mi manca? Il cuore dato da Dio a
tutti  gli  uomini  spinge  perché  si  mettano  in  movimento,  alla  ricerca.  Solo  un  uomo  che
cerca,  che  domanda,  che  manca  di  qualcosa,  trova.  Se  un  uomo  non  è  leale,  chiude  la
questione.  Come  posso  sperare  in  me  e  nei  miei  figli?  Spero  perché  so  che  hanno  un
cuore:  più  crescono,  verso  l'età  delle  scuole  medie,  più  cominciano  ad  usare  cuore,
ragione  e  libertà,  non  spaventatevi,  ringraziate  Dio  che  avete  un  bambino,  un  ragazzo
vivo... e più è vivo più domanda e più rompe. Volete una vita da vecchi con figli che non vi
rompono più o per voi e io vostri figli volete una vita grande? E' una scelta radicale che
tutti i genitori devono fare.


 


Il cuore ce l'ha regalato Dio. Nell'intervento del Santo Padre in occasione del Meeting di
Rimini queste parole: hai  fatto l'uomo per te o Dio e all'uomo tutto il mondo non basta, e
continua a cercare. Che prenda la strada sbagliata o giusta, che faccia del bene ai poveri
o rubi i soldi: la bontà o il furto tentano di fare la  stessa cosa in due modi diversi, cercano
di  riempire  il  vuoto  di  quel  cuore  che  grida.  E  niente,  né  la  strada  giusta  né  quella
sbagliata, è in grado di riempire ciò che solo Dio può riempire. Ma allora Dio ci ha fregato?
Perché ci ha creato in modo che niente nella vita mi soddisfi? In realtà l'amore di Dio si
manifesta come pazienza: ti aspetta, Dio aspetta te, non tutti in modo generico, Lui non è
in pace finché tu gli dici di sì. Gesù va in ricerca della pecora smarrita: sei tu, sono io, non
con un giudizio cattivo, ma come se  mi dicesse “Eugenio, a me di tutto il mondo in questo
momento non interessa niente: a me interessi tu!” Io non sono bravo, ho mille difetti, ho
mille  peccati,  ma  con  tutti  i  miei  difetti  voglio  dire  di  voler  essere  quella  pecora  che  tu,
Gesù,  vai  a  cercare.  Tu  Gesù,  bussi  al  mio  cuore,  come?  Facendolo  arrabbiare,
inquietare, finché non arrivi a Lui. Puoi sperare in tuo figlio, non perché l'hai tirato su bene,
ma perché ti fidi del cuore che gli ha regalato Dio. 


La ragione è l'altro dono: rendersi conto delle cose, dar loro un nome, entrare in rapporto
con la realtà. Un esempio semplicissimo: con la ragione capisco che è diverso se Marco
riceve un mazzo di rose rosse da Elisabetta o da Antonio; non entro in merito se giusto o
sbagliato, ma diverso sì.
Gli  animali  non  hanno  la  ragione,  è  un  dono  di  Dio  solo  per  te  e  ti  chiede  di  non
spaventarti, è un lavoro lungo e continuo che finisce l'ultimo giorno della tua vita: entrare
nella realtà ed amarla perché finalmente venga fuori l' IO.


Tutta  l'educazione  ha  questo  compito:  portare  una  persona  a  diventare  se  stessa:  è  un
sacrificio  perché  quando  noi  pensiamo  al  bene  dei  nostri  figli  abbiamo  già  un'idea,  una
prospettiva... ma che ne sai tu del bene dell'altro? Far emergere con pazienza, con calma,
con  ciò che siamo, un uomo così, è l'unica speranza per il mondo: farà il presidente della
repubblica, il parrucchiere, il muratore o il falegname, un uomo amante della vita e della
realtà.  Non  sono  uomini  astratti,  io  li  vedo,  li  conosco.  Dopo  un  incontro,  in  cui  avevo 
preso  un  po'  in  giro  delle  suore,  anche  se  voglio  loro  bene,  ho  saputo  che  era  la  prima
volta che sono tornate in convento cantando, perché sentir parlare della vita e di Gesù in
questo modo era stato troppo bello.
Io  voglio  entrare  nella  vita  cantando,  perché  so  di  più  chi  sono:  uomini  così  sfondano,
asfaltano  tutto  e  tutti.  Immaginate  un  insegnante  così,  che  ha  dentro  quell'uomo,  quel
cuore?  Chi  non  lo  vorrebbe  per  i  propri  figli?  Ho  sentito  testimonianze  meravigliose  di 
ragazzi ex drogati: chi non vorrebbe figli così? Ma se vi chiedessi se per avere un figlio
così sareste disposti a lasciargli fare il suo percorso di droga, sesso e violenza? Nessuno
di voi direbbe di sì. Ma che ne so io del percorso che Dio permette per attirare a sé i suoi
figli?  Di  questa  libertà  dobbiamo  essere  innamorati.  Il  cristianesimo  è  innamorarsi  della
libertà  degli  altri.  Non  in  quanto  tale,  ma  la  libertà  perché  so  che  tu,  figlio,  hai  tutto  il
necessario  per  arrivare  a  Dio  e  Lui  non  ti  molla,  neanche  un  istante  della  tua  vita:  per
questo mi alzo ogni giorno certo e speranzoso, anche se cade il mondo. Di santi tra noi ce
ne sono tantissimi.


 


Conosco una coppia, sposati non giovanissimi, che chiesero a Dio il dono di un figlio, la
moglie mi ha detto: invece di un figlio mi ha dato un altro dono... la S.L.A. Questi sono i
santi, come fai a riconoscerli? Con cuore e ragione. 
Non  bisogna  temere  la  libertà  dell'altro:  Dio  sapeva  già  che  creando  gli  uomini  liberi  la
maggior parte gli avrebbe detto di no, ma per averne uno veramente libero che gli dicesse
“ti amo”, ci ha fatto tutti liberi. 
Se noi saremo uomini così i figli ci vedranno ed essendo per natura Dio la cosa che ogni
uomo desidera, cederanno di schianto. In un incontro come questo, che però era iniziato
alle 18, un negoziante aveva dovuto chiudere il negozio un'ora prima per partecipare; in
seguito mi ha detto: la prossima volta chiudo tutto il giorno e, se necessario... vendo anche
il negozio! E non lo diceva per modo di dire: quando l'uomo incontra Ciò per cui è fatto,
cede.
I  primi  apostoli  hanno  lasciato  tutti  per  seguire  Gesù  perché  erano  leali,  in  ricerca,  e
vedono in Gesù l'uomo che desiderano essere, la speranza della loro vita. Cosa cambierà
il  mondo?  L'uomo  santo:  tutti  ci  ricordiamo  di  San  Benedetto  ma  chi  si  ricorda  chi
l'imperatore al suo tempo? Quello che cambia il mondo è il santo, anche se spesso non lo
vedi subito... citando un canto “io vorrei che fiorisse il fiore ma il tempo del germoglio lo
conosce il mio Signore”. Il tempo per Dio è un soffio perché é paziente all'infinito. Che il
Signore ci regali questa certezza paziente! Una certezza che non punti sulle nostre forze,
ma  sul  fatto  che  Lui  è  fedele  e  che  vuole  me  e  che  aspetta  me,  ha  bisogno  di  me:  io 
scappo?  Mi  rincorre,  non  per  farmi  schiavo  ma  perché  mi  vuole  felice.  Decidiamo  se
vogliamo  essere  felici  e  servire  il  mondo:  è  una  scelta  libera,  di  ogni  mattina,  di  ogni
istante, anche di questa sera.

 [v.allegati in fondo]

Incontro con Don Eugenio Nembrini - 08.02.2013  

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